"Solitario" di Noè Albergati



Un lungo corridoio appena illuminato dalla porta aperta sul fondo. Polvere che fluttua in quella nitida lama di luce, probabilmente per colpa dello spesso tappeto. A destra dello stipite è inchiodato un calendario, di quelli a cui si strappa ogni giorno. Su un foglietto ingiallito per gli anni è stampato in nero: 17 dicembre 2067. Oltre la soglia s'intravvede metà tavolo, metà sedia e metà di una figura china sul tavolo.

È un uomo, o meglio, un vecchio. Secche ombre sul viso denunciano gli avvallamenti delle rughe, molte rughe e molto profonde. Le sue mani, un poco tremanti, si muovono sopra al tavolo, sopra le carte posate sul tavolo. Sono tutte logore.

Sette colonne di carte di lunghezza diversa e vicino un mazzo di carte coperte con a fianco un mazzetto di carte scoperte. Una partita di solitario già cominciata.

La sua mano si muove a girare un'altra carta dalla cima del mazzo coperto.

2♠, bah, non posso attaccarlo da nessuna parte.

5♠, sì questo funziona.

Afferra la carta e la posa nella settima colonna, a coprire parzialmente il 6♥. Lo sguardo si sofferma sulla carta.

Ti ricordi quel giorno al bar? Con che foga parlavi con davanti il tuo cappuccino. Mi ricordo ancora come ti brillavano gli occhi dietro ai tuoi grossi occhiali.

“Avresti dovuto vederla. Guardava me. Ed è bellissima.”. Afferro la tazza e la porto alle labbra e ingoio un sorso. Oh no, il vapore, mi ha appannato le lenti, non vedo più niente, devo pulirle. Appoggio la tazza e prendo lo straccetto per pulire gli occhiali e lo tolgo dalla tasca. Abbasso gli occhiali e alzo lo straccetto e... no no, la tazza, no, cavoli. Dei tovaglioli, devo asciugare. E lo straccetto? E gli occhiali? Dove li appoggio, è tutto bagnato?

“Accidenti, sei il solito imbranato. Fai attenzione con quelle mani! Hai sporcato tutta la tovaglia.” Luca tampona la tovaglia e mi guarda con un'espressione tra l'esasperato e il divertito. Per lui è facile, non ha occhiali giganteschi, è bello, le ragazze lo guardano. Nessuna guarda me. Lei sì però, lei mi ha guardato.

“Giovanni, puoi portare altri tovaglioli o uno straccio, che Roberto ha di nuovo rovesciato il caffè? Allora, mi stavi raccontando di questa ragazza che ti ha guardato. Quando l'hai vista?” “Ieri sera.” “E dove?” “Sul computer.”.

“Ecco lo straccio. Aspettate che pulisco e cambio la tovaglia.” “No, guardi, non deve... pulisco io, davvero, lasci qua...” “E lasciagli fare il suo lavoro Roby, tanto la tovaglia deve cambiarla comunque. E poi dagli del tu, ormai siamo di casa qui.” “Scusa, non vol...” “Lo so che non volevi, ci mancherebbe altro, può capitare a tutti.” “Certo, non a tutti però capita metà delle volte che bevono qualcosa. Prendete in mano le tazze, che tolgo la tovaglia.”.

Mi brucia il viso; sarò rosso come un peperone. Giovanni toglie la tovaglia; torna in cucina.

“Sul computer? Su skype?” “No, no. Era su un sito... un video.” “Ho capito, ma che faceva 'sta ragazza? Che video era? La conosci?” “No, non la conosco.”.

Bevo un po' di cappuccino, quello che resta, poco, quasi solo schiuma. Luca aspetta che continuo. “Bene, e ora puoi dirmi che faceva?” “Ecco, lei si... lei si... ecco, sì... cioè...” mi vergogno. La rivedo, vivida, come se fosse davanti a me, proprio ora: la canottiera rossa e i pantaloncini quadrettati e i capelli biondi raccolti dietro, non molto lunghi. Accende la webcam e indietreggia nella stanza e poi sorride, così bella, così... e si muove, ondeggia, con quel bel... e poi afferra il sotto della canottiera e se la... se la... “E dai, forza! Non ho tutto il giorno.” “Si toglva i vestt.” “Non ho capito cosa hai detto. Ho capito che ti ho messo fretta, ma non devi mangiarti tutte le parole.” “Si... si toglieva i... i vestiti.” “Ah, si spogliava. Era un video erotico, l'hai vista in un video erotico.”.

Torna Giovanni con la tovaglia nuova. “E bravo Roberto, era ora che ti svegliassi!” mi dà una pacca sulla schiena “Lascia fare a lui, tutto timido, e intanto si guarda i video porno.”. Mette la tovaglia e se ne va ridacchiando.

Oddio, vorrei sprofondare! Che figuraccia! Che figu... “Dovevi proprio urlarlo a tutto il bar?” “Ma che hai da diventare tutto rosso? Li guardano quasi tutti i video erotici, mica solo tu o i pervertiti. Dai, dimmi, com'è questa tipa?”.

Mi guarda con quello stupendo sorriso, così... così malizioso e innocente. Mette le mani dietro la schiena e slaccia il... nero e si copre le... e poi si avvicina... si avvicina e le scuote, davanti alla webcam. Poi si abbassa e mi guarda con quegli occhi e mi manda quel bacio e mi sorride, prima di spegnere la webcam. Mi ama, si capisce dagli occhi. Mi ama! “È bella, molto”.

“Allora stasera passo da te e me la fai vedere, d'accordo?” “N-no... no, sennò guarda anche te. Lei è mia, ha guardato me.” “Ma cosa stai dicendo Roby, ce la fai o cosa? Stai parlando di una tipa in un video che avranno visualizzato migliaia di persone.” “No, lei ha guardato me, mi ha sorriso n-n... nuda.” “Non starai pensando di piacerle? Lei ha sorriso a quello stronzo di un suo ex-ragazzo, che quando lo ha lasciato, ha messo il video del suo spogliarello su internet.”.

No... no, non è vero... lei guarda me... lei guarda me; ha guardato me.

Prendo i soldi per il cappuccino e li metto sul tavolo. Mi alzo e mi metto la giacca. “Ma che ti prende? Dove vai?” “D-devo studiare... anche questa sera... non ho... non ho tempo di guardare il video... ci vediamo domani.” “Non ti sarai offeso? Torna qui, dai! Non puoi fare sul serio.”. Esco.

Già, già, ti eri innamorato davvero di quella ragazza. Non lo avevo capito, era troppo strano; ti presi parecchio in giro. E anche tu sei morto, da solo, in una casa anziani. Chissà chi è venuto al tuo funerale? Chi è che ti compiangeva nell'annuncio funebre? Dai vecchio che non sei ancora del tutto rimbambito, cerca di ricordarti, hai tutto sommato una buona memoria. Non erano né la moglie, né i figli, né ovviamente i nipoti. Chi era? Chi era? Mmm... ma sì, certo, erano gli amici del circolo di tombola e qualche lontano parente. Non hai mai avuto famiglia, vero Roberto? Ci sarai riuscito ad andare a letto con una vera donna, magari anche amarla per un po'? O ti sei sempre illuso su ragazze di video erotici?

Smette di parlare alla carta e torna a guardare il gioco. Allunga la mano sull'unica carta della quarta colonna, il 4♦, e con l'indice si accanisce sull'angolo della carta, cercando di sollevarla. Continua a scivolargli, non si solleva. Ormai le sue mani sono goffe per l'età. Fa scivolare la carta fino al bordo del tavolo, la prende tra pollice e indice e l'appoggia sopra al 5♠ appena giocato. Poi torna a lottare con la carta coperta della quarta colonna per girarla.

A♣, perfetto, il primo asso l'ho trovato. Sei stato il mio più caro amico, Valentino, quello durato più a lungo. Ecco, ti metto qua sopra.

Mi ricordo di un discorso dilungatosi per un tratto d'autostrada. Forse era il sole che scaldava i vetri, forse tutto quel verde che circondava l'autostrada o forse era la scarsità di altre vetture a incoraggiarci verso quel dialogo intimo e pesante. Parlammo dei nostri padri.

Certo il mio aveva un'ombra metallica di severità, che si era proiettata sulla mia infanzia. Ma il tuo, il tuo era tutt'altra cosa. Sul mio almeno avevo il vantaggio della cultura accademica, che talvolta superava la sua conoscenza derivata da una decaduta saggezza popolare, la sua intelligenza da artigiano, la sua arguzia da bastian contrario. Il tuo potevi superarlo solo nella conoscenza tecnologica, perché la sua cultura era davvero molto vasta.

Suo padre era fabbro e quindi studiare medicina era stata una sua personale vittoria e la sua curiosità onnivora era probabilmente sostenuta da un desiderio di riscatto. Si era imposto una rigorosa disciplina per giungere dov'era e proprio per questo aveva mantenuto la stessa severità con te, senza considerare la tua diversa intelligenza e inclinazione.

Lui era stato lo strumento di misura del tuo successo, ma era come usare una bilancia per il carico di un tir per pesare le quantità degli ingredienti di un farmaco. Buona parte dell'infanzia e dell'adolescenza tesa a un'approvazione tanto esclusiva è una cosa che schiaccia, che appesantisce il carattere.

Restammo amici fino alla tua morte, una ventina d'anni fa. Non ci vedevamo spesso, per i tuoi frequenti lavori all'estero, ma regolarmente. Ogni anno eri sempre più simile a tuo padre, per quel tuo desiderio di compiacerlo che te lo aveva posto come traguardo ultimo. Alla fine ci eri riuscito, quando tuo padre era già morto da parecchio. Ero da te, un pomeriggio, a giocare a carte e bere vino, quando arrivò in visita tua figlia coi nipoti.

A un certo punto uno ti fece non ricordo più che domanda, ma sembrò pentirsi, emettendo un lungo sospiro, quando tu estraesti la sigaretta a vapore dalla tasca della giacca appesa allo schienale della sedia e stendesti le gambe, abbandonandoti all'indietro. Mi tornò in mente tuo padre, quando s'inoltrava a fine cena in lunghi discorsi, mentre noi ascoltavamo pazienti, sorseggiando un qualche liquore. Assumeva la stessa posizione, solo che lui fumava una sigaretta normale. I tuoi nipoti ti ascoltarono educatamente, mentre tu affrontavi la domanda dalla preistoria. Educati sì, ma si vedeva che s'agitavano impazienti sulle sedie. Io, un po' triste, ingannavo il tempo col vino.

Vediamo ora cosa c'è sotto questa carta.

Il vecchio si blocca a fissare la carta, il 3♣. La mano che l'ha girata ha un violento tremito. Poi torna ferma e scende ad accarezzare con la punta delle dita la carta, dolcemente, con tenerezza. Gli occhi diventano umidi, molto umidi. Poi qualche goccia cade sul pianale del tavolo. L'uomo si asciuga gli occhi con una manica, poi asciuga anche il tavolo.

Piccola Nicoletta, ero il tuo zio preferito. Mi raccontavi i tuoi sogni infantili, poi quelli da adolescente e alla fine di come andava la tua famiglia. Alcuni sogni me li ricordo ancora, erano di una fantasia così deliziosa. Eri diventata una cantante famosa, di successo internazionale. Non avevi neppure un tuo gruppo, nessun musicista, ma ti eri organizzata una tournée in tutto il globo, nella quale cantavi coi vari gruppi o cantanti famosi dei luoghi in cui facevi il concerto.

Oppure eri diventata una famosa ballerina di danza irlandese e ti avevano presa nel musical Lord of the Dance col ruolo di Saoirse. E anche in questo caso c'era stato il tour mondiale. O ancora una famosissima suonatrice di violino.

Ne avevi avuti tanti di sogni, così ben strutturati, anche nei dettagli, come quale vestito avresti indossato o cosa avresti detto ritirando qualche premio. Poi a ventisette anni avevi deciso di sposare l'uomo con cui stavi da cinque anni, di avere un figlio, di costruire una famiglia.

Ti facesti assumere come traduttrice dall'inglese. Interviste, articoli e cose del genere. Un lavoro senza alcuna sfumatura dei tuoi sogni artistici, ma eri contenta, discretamente contenta. Ci vedevamo ancora, a bere un caffè, a mangiare qualcosa al ristorante. Mi parlavi della tua famiglia, del tuo lavoro. Era quasi strano vederti così matura e scommetto che i sogni di tuo figlio ti facevano sorridere, ricordandoti le tue vecchie fantasie infantili..

Poi... poi sei morta per evitare uno stupido gatto che ti ha tagliato la strada.

Torna ad asciugare le lacrime sul viso, sul tavolo, su qualche carta. Prende delicatamente la carta tra le dita e l'adagia sul 4♦ nella settima colonna. Ora la quarta colonna è libera. Il vecchio fruga tra le carte scoperte, estrae il 9♦ e lo appoggia nello spazio vuoto.

Ho ancora una buona memoria, è proprio vero. Nonostante l'età, mi ricordo ancora quali carte sono passate... già, e mi ricordo anche a ognuna di queste carte che persona ho assegnato. Questo 9♦ è Marco, il filosofante cinico.

Guardo le automobili centinaia di metri più in basso, che fuoriescono dall'autosilo, che vi entrano, che si muovono sulle strade. Scorgo anche le persone, più a fatica, camminare sui marciapiedi, sulle strisce pedonali, tra i negozi. In fretta, se non erro per la distanza.

Poi mi volgo a guardare le mura del castello dietro di me, vecchio di centinaia di anni. Qualche pezzo crollato, qualche altro restaurato.

“Dai Marco, andiamo prima che passi il custode.” Luca mi indica la barriera che abbiamo scavalcato con scritto vietato l'accesso. “E anche se fosse?” “Che figura ci faremmo? Non abbiamo più l'età per certe ragazzate.”.

“Che vuoi che sia, una figuraccia, cosa cambierebbe nella tua vita, nell'economia dell'universo?” “E no, non ricomincerai con qualche tua strana teoria filosofica. Non è davvero il momento.”.

Si gira per andarsene, gli afferro il braccio e gli indico la valle. “Osserva tutte quelle persone che si affannano, corrono di qua e di là, come se ciò che fanno fosse importante.” “Beh, forse lo è; avranno i loro lavori da eseguire, cose necessarie da comprare, o anche solo piacevoli.” “Lavoro, oggetti e piaceri? Sono questi i costituenti fondamentali di un'esistenza?”.

Luca si appoggia rassegnato al lampione. “Va bene, spara la tua teoria e poi andiamocene da qui.” “È un vero piacere avere la tua entusiasta attenzione.”.

Guardo ancora la valle e quell'incessante formicolare di persone. “Che senso ha il loro scalmanarsi? Si affannano tanto per cosa? Lo vedi questo castello? È qui da secoli, chi l'ha costruito è già morto, e anche i suoi figli e i figli dei figli. Che cosa perdura dei signorotti che vi hanno risieduto? Si sono affannati tanto ad accumulare ricchezze, a proteggere i propri possedimenti, a farli coltivare da contadini, dai quali hanno preteso anche l'erezione del castello. Non rimane nulla di loro. Al massimo permane qualcosa dei contadini, rimangono queste pietre posate una sopra l'altra dalle loro mani, congiunte in una fortezza grazie al loro sudore, alla loro fatica e, per alcuni, anche al loro sangue.

E cosa pensi che resterà di tutte quelle persone lì in basso, tra secoli, tra millenni? Nulla, assolutamente nulla.” “Non è un buon motivo per smettere di vivere, mi sembra. Poi chissà quante di loro lasceranno case, strade, linee telefoniche, auto e cose del genere.”.

Mi godo un attimo gli strali del sole che fendono l'aria fredda per recarmi il loro tepore. “Dubito altamente che le loro case, le loro automobili e tutto il resto persisteranno così a lungo. Ma anche se fosse, anche se perdurassero come queste mura, non si tratta comunque di questo. Ritieni che qualcuno si rammenti di chi ha costruito questo castello? Ora viene usato per matrimoni e altre cerimonie. Tu pensi che sia stato eretto per questo? Tu pensi che i contadini che innalzavano le mura pensavano a sposi felici? Capisci? Non sussiste nulla della volontà originaria. La pietra sarà anche la medesima di secoli fa, ma non importa, la volontà è totalmente cambiata. L'essenza di questa roccaforte è stata stravolta. Non è più realmente la stessa. Parimenti accadrà per qualsiasi cosa lasceranno queste generazioni.”.

Il vento freddo mi enfia la camicia. “Senti, mi stai deprimendo con i tuoi discorsi. D'accordo, di noi non resterà nulla, ma a chi importa? La gente vive la propria vita comunque, cercando di trascorrerla e concluderla in modo dignitoso.” “Ti sbagli. La gente si affanna appunto per dare un senso alla propria esistenza, perché lo percepisce, in modo inconscio, che è solo una futile manciata di anni, un ridicolo soffio di vita senza peso per l'immensità dell'universo, del tempo. Ma non capendo questa inquietudine indefinita, tenta di colmare il senso di vuoto in modo assolutamente sbagliato.

Non sono gli oggetti, neppure i legami umani, instaurati con altre persone affette dai medesimi squilibri, a poter riempire la voragine dentro di noi.”. “Allora cosa si dovrebbe fare?”.

Protendo le braccia, per includere tutta la vallata. “Innanzitutto è necessario comprendere la vita. Dio ha creato la vita, ha fatto solo quello. Quindi la vita è l'unica cosa degna di essere compresa. Quando osservo il tramestio di quelle minuscole figure, lì in basso, ai miei piedi, mentre io sono qui sopra, assolutamente tranquillo, e sono conscio di quanto sia insignificante la loro vita, mi sento potente. Io ho afferrato il senso del loro essere, o meglio il loro esserne orbi, io ho penetrato la loro essenza e l'ho giudicata e reputata indegna. Io, nei loro confronti, sono come un dio.”.

“Più che un dio, mi sembri un maledetto pazzo. Dai, andiamo a berci una birra, che già che deliri, tanto vale che tu lo faccia da ubriaco.”. Lo guardo con occhi gelidi. Anche la tua vita, Luca, è indegna. Preferisci bere una birra, piuttosto che fronteggiare una verità tanto manifesta, seppur dolorosa. “D'accordo, ma allora ti sarà necessario offrirmene parecchie.”.

Dopo qualche anno te ne andasti in Thailandia. Dicevi che lì le persone non si affannavano per cose futili, ma per sopravvivere e quindi lì avresti potuto osservare la vita nella sua forma più pura e primordiale.

Poi nel 2019 è arrivato uno tsunami ancora più violento di quello del 2004. Ho sentito il tuo nome nell'elenco dei morti. Con tutte le vittime e la distruzione che c'è stata, trovandoti con addosso il passaporto italiano, ti hanno liquidato come turista. Tu che eri andato lì per scoprire il senso ultimo della vita, sei morto come un turista finito in Thailandia per divertirsi spendendo poco. Cosa avresti detto tu? Probabilmente qualcosa del tipo “per quanto la verità della mia presenza lì fosse il desiderio di comprendere la vita, non essendo nota quasi a nessuno, viene rimpiazzata con la verità di maggioranza diffusa dai mass-media. Pertanto, morendo, sono diventato esattamente come uno di coloro che disprezzavo.”. Già, avresti detto all'incirca così.

La mano del vecchio si muove veloce a completare la sequenza di mosse escogitata nel ripescare il 9♦. 8♠ della prima colonna sul 9♦, K♦ e Q♠ della seconda nel posto appena liberato nella prima e carta coperta della seconda girata.

K♠. È proprio vero che il seme di picche sembra un cuore nero impalato.

“Ma che cazzo ti prende?” Luca mi guarda inferocito, indicando il tre di denari “Gli hai appena regalato sei punti di napola.” indica i nostri amici-avversari “Non hai mai giocato così male.”.

Butto infastidito le carte sul tavolo, a faccia in su. “Senti, scusa, ma non riesco a concentrarmi.” gli amici mi guardano con occhi interrogativi, aspettando il motivo. “Ieri sono andato a carnevale.” “Ehi, ma...” “Sì, lo so, non vi ho detto nulla, è che l'ho deciso al momento, per una ragazza. Mi ci ha portato mia sorella, ci andava anche lei, col suo, di ragazzo. Non che l'altra ragazza fosse mia, cioè io avrei voluto, ci sono andato per quello.” mi osservano impazienti; cerco di ordinare i pensieri confusi, stanchi “Le piacevo, qualche anno fa, l'avevo incontrata a un concerto, anche lì mi aveva portato mia sorella, sempre col suo ragazzo. In pratica ero da solo. Era lui che la conosceva, il ragazzo di mia sorella, conosceva lei, Angela, si chiama Angela. Anche lei era lì da sola, non mi ricordo perché. Forse per quello ci siamo messi a parlare. Ci siamo trovati subito bene, molto bene. Aveva chiesto di me, qualche giorno dopo, al ragazzo di mia sorella. Solo che io ero già impegnato, lo sapete, al liceo. Ho lasciato perdere, ma mi è sempre sembrato d'aver perso qualcosa. Bene, ho sentito, per caso, che Angela ci sarebbe andata, a quel carnevale. Ho pensato di poter ritrovare quel qualcosa, cioè, trovarlo per la prima volta, ora che sono libero.

E così ci sono andato. Le avevo anche scritto, per dirle che ci sarei stato anch'io. Lei sembrava contenta di rivedermi, nella risposta. Quindi viaggio in macchina, coda per entrare, si entra e via, primo messaggio a chiederle dove fosse e se già ci fosse, lì. A dire il vero l'avevo già mandato un po' prima di entrare, sapete, per darle il tempo di rispondere. Eppure niente, nessuna risposta, quando ero dentro, nemmeno dopo qualche minuto. Così ho cominciato a cercarla. Mm... vado in bagno. Poi continuo, tranquilli.”.

Esco dal bagno, sento le loro voci zittirsi; staranno facendo ipotesi, probabilmente, su come è andata, dopo. Percorro il corridoio e mi accascio sulla sedia. “Allora... sì, stavo dicendo che mi misi a cercarla. Entrai in tutti i tendoni, uno dopo l'altro, tutti allineati. Non era mica facile muoversi tra tutta quella gente che balla. Fissare i visi sperando di trovare il suo. I travestimenti non aiutano di certo, il suo non lo sapevo, non sapevo se il viso fosse coperto o modificato, dovevo guardare con attenzione. Beh, non l'ho trovata. Le avevo anche riscritto, ma senza risposta. È stata una serata orribile, mi sono annoiato a morte, aspettando che mia sorella tornasse a casa.”.

Che bocca impastata; devo bere acqua. “E adesso dove vai, ancora al bagno?” “No, in cucina, a bere, ho la bocca asciuttissima.”. Bevo, torno e mi risiedo. “Mi ha poi scritto lei, proprio questa mattina. Era tutta dispiaciuta che non ci siamo visti e che i messaggi le erano appena arrivati. Probabilmente con tutta quella gente ammassata la rete era satura, che sfiga.” “Beh, vi vedrete poi, se a lei è dispiaciuto. Non capisco perché sei così abbattuto, così apatico.” “Non capisci? Ma secondo te io vado a un carnevale per incontrare una ragazza, non riesco a trovarla, non trovo nessun altro che conosco e non mi sbronzo? Mi sono svegliato due ore fa e avrò vomitato almeno dieci volte. Tu come staresti?” “Va bene, va bene, scusa. Dai, metti via quelle carte. Ci guardiamo un film?”.

Alla fine, per un motivo o per l'altro (frequentavate università lontane), non vi eravate più visti, se non un paio d'anni dopo, quando tu eri di nuovo impegnato.

E con questa donna restasti per parecchi anni, finché non arrivò la depressione. I primi tempi pensavo che stessi esagerando: in fondo avevi un buon lavoro e con lei non stavi male. Ero convinto che bastasse un po' di buona volontà, una sostanziosa aggressione razionale al problema.

Ti trovarono sfracellato sulle rocce: ti eri gettato dal ponte che avevamo attraversato tante volte nelle nostre corse domenicali. Ci tornai a quel ponte, come se a guardare quelle rocce potessi scovare un indizio. Ovviamente non fu così, ci passai tutto il pomeriggio per tornare a casa ancora arrabbiato con te: pensavo avessi fatto un gesto vile ed egoistico, sfuggendo ai problemi, abbandonando chi ti voleva bene.

Ora lo so che la depressione, quella vera, è una malattia, anche se non ho mai capito bene come colpisca le persone e come funzioni, forse si riesce solo vivendola. Ho capito che non basta la propria volontà, che non per forza è colpa delle persone vicine (il tuo gesto non mi è più sembrato un'accusa). Eppure mi chiedo tutt'ora se il qualcosa perso con Angela avrebbe potuto salvarti, se stando con lei ci sarebbe stata una conclusione diversa. Ma forse no, forse è solo uno stupido e malinconico gioco di “se”.

La mano torna al mazzo e gira la carta sulla cima, 7♥. Non deve neppure guardare dove potrebbe andare. Posa la carta senza esitare sulla quarta colonna.

Ma guarda che fortuna, sembra proprio che l'8♠ appena spostato sul 9♦ abbia chiamato il 7♥. Eri un buffone, Carlo, ma di quelli divertenti.

“Luca, tu non t'immagini nemmeno che visione ho avuto questo pomeriggio.” “Hai visto la Madonna?” “Se era la Madonna capisco come mai Dio l'abbia messa incinta.” “Dai, raccontami questa visione, che stai sbavando su tutta la panchina.”.

“Allora, avevo appena concluso la lezione in aula magna sotterranea, latino, una rottura di palle che non ti dico, esco e già mi sembra, hai in mente quanto cazzo è scura quell'aula?, ecco, appena esco vedo avanzare 'sta gnocca, con pantaloncini inguinali, due gambe che... arrh, un visino adorabile con qualche lentiggine, occhi verde intenso e due tette... auuuuu... due tette perfette, belle grosse e sode (ma senza sembrare enormi gavettoni) che saltellano su e giù mentre va in stazione, trascinando la valigia sul selciato, per tornare a casa per il weekend.”.

“E tu, con queste due grosse tette che ballonzolavano su e giù, le hai anche guardato il colore degli occhi?” “No, a dire il vero avevo gli occhi bloccati sulle tette, tutti gli altri dettagli li ho inventati per dare un po' di contorno al racconto.” “Ah, ecco, mi pareva. E le hai parlato?” “Ma sei scemo? Con queste strafighe non si può mica parlare, sono come delle dee, inaccessibili a noi mortali.”.

“Bè, qualcuno se la sarà pure portata a letto?” “Sicuro, e non sai quanto lo invidio, ma non qualcuno come noi, come me e te, non siamo abbastanza affascinanti, belli, ricchi o che so io. Gente come noi quelle possono solo averle nei sogni, e sono quei sogni da orgasmo, o per un immenso colpo di culo, tipo che Dio manda un flagello, uccide tutti tranne una strafiga e te, ma io purtroppo sono ateo.”

Non siamo mai stati grandi amici, infatti non ti ho più rivisto, nemmeno a quella cena di molti anni dopo, per ritrovarsi tra compagni universitari. Avevi un qualche impegno, forse. E chi sa ora dove sei? Se ancora sei.

Un tuo amico mi ha detto che ti eri sposato, che tua moglie non era male, ma nemmeno nulla di che. Non mi sembrava il caso di chiedergli se prima di lei avessi avuto qualche ragazza figa, nonostante la grande tentazione. Posso solo immaginare di no; insomma, se non osavi nemmeno parlarci, a quelle fighe, come avresti mai fatto? E chissà se ti avesse davvero soddisfatto il riuscirci, a volte è bello restare con un sogno... bè, forse non quel sogno, in effetti.

E di nuovo la mano volta le carte dal mazzo. J♠, K♣, 10♥, 4♠, 5♥, J♥.

Oh, finalmente una carta che serve a qualcosa. Attacchiamola alla Q♠.

J♥, l'equivalente del fante di coppe, la carta adatta a te, Bruno.

16, rosso sul display, doppio, sfocato. Devo fare 16. Da 4 Cuba libre, lo devo fare. O 5? Boh. Spicchi, spicchi sfocati. 16... 16, non lo vedo. Non vedo un cazzo. Fa niente, tiro a caso. Tunk!

“L'ho preso? Cosa ho preso?” “Il muro hai preso.” “Il muro?” “Dai, Bruno, andiamo.” “No, finiamo la partita.” “Ci stiamo provando da mezz'ora. È inutile, siamo ubriachi. Non lo becchiamo più il numero giusto.” “Non me ne frega un cazzo, io voglio finire.” “Lascia perdere Bruno, dai, sei stortissimo, il bersaglio manco lo vedi. Hai tirato le ultime 6 freccette contro il muro.” “La barista tra poco s'incazza pure, che gli rompi tutte le freccette.”.

È figa la barista. Piatta, ma ha un bel culo quando si gira a prendere il rum. Cuba libre, ne prendo un altro. Cazzo, dondola tutto il pavimento. sbam! Non mi tengono le sedie, meglio i tavoli.

“Ehi, Bruno, muoviti, tra poco tocca a te.” “Arrivo, arrivo.” “Domani arrivi, se continui ad appoggiarti a ogni tavolo e a cadere in terra.” “Vaffanculo!”.

Bancone, finalmente. “Ehi bella, un Cuba libre.”. Che bel culo, che bel culo “Sei euro.” “Toh... ti ha mai detto nessuno che hai un bel culo?” silenzio “Puoi anche rispondermi, mica mordo.”. Cosa continua a frugare nella cassa? “Cazzo, dico a te. Ti fa così schifo guardarmi? Pensi di essere tanto più figa di me? Hai solo un bel culo. Solo a pecorina mi si rizzerebbe con te.”.

“Piantala Bruno, la stai infastidendo da tutta la sera, poverina.” “Non mi rompere le balle, Luca.” “Te le rompo eccome, sei sbronzo marcio e ti stai comportando come una bestia.”. Come osa? come osa? “Ti ho... ti ho detto che non mi devi rompere le balle. Hai capito? Perché mi chiamano il drago e non si rompono le palle ai draghi.” “D'accordo, d'accordo, sei un drago, però lascia stare la barista.” “Lo sai perché mi chiamano drago?” “No.”.

Oh, c'è ancora un po' di Cuba libre. Glu, glu. Finito. “Metti la mano così.” “Non ci penso nemmeno.” “Mettila! Non ti faccio male, cazzo. Lascerò stare la barista.” “Va bene. Ecco.”. È duro il vetro, fresco. CRACK. Crock, crock. A pezzi. Su quella mano, cazzo, “Mmm.” più alta, ecco, “Mm-mh.”. Sput, sput. Brillano trasparenti; piccoli, lucenti; puliti, niente sangue.

Avevi morso via, masticato e risputato a pezzettini sulla mia mano un pezzo di bicchiere, senza tagliarti. Non ho mai capito che collegamento avesse coi draghi, ma non ti ho mai più dato fastidio quando eri ubriaco.

Da quando cambiai città non ti vidi più: non eravamo molto legati. Non mi è giunta notizia della tua morte, ma non puoi essere ancora vivo: avevi sei anni in più e passavi il tuo tempo a bere. La tua morte però l'ho sognata in un incubo terribile.

Mordevi il bicchiere, lo masticavi, ma poi, invece di sputarlo, lo mandavi giù, per poi riaddentare il bicchiere. E mi fissavi con uno sguardo ferocissimo mentre masticavi, producendo un rumore assordante di vetro infranto. Nonostante ciò sentivo distintamente nella mia testa il suono della tua voce, che ripeteva minacciosa: non si rompono le palle ai draghi. C'era anche una sfumatura di dolore nel tono, che divenne sempre più forte, fino a trasformare la frase in uno straziato urlo di sofferenza.

Poi cominciasti a tremare, a strabuzzare gli occhi e dalle labbra ti uscivano rivoli di sangue. Alla fine crollasti al suolo e cominciasti a vomitare: fiotti scarlatti di sangue. Mentre i tremiti si riducevano, fino a lasciarti immobile, sbucato da qualche parte colpì la pozza di sangue un fascio di luce, che venne riflesso da moltissimi frammenti di vetro scintillanti.

Grazie all'aggiunta del J♥, la sesta colonna può slittare sotto la prima. La carta sotto, coperta, viene girata. È un 5♦.

Il vecchio guarda la carta e di nuovo è preso da un piccolo tremito e si passa la mano sugli occhi, come per scacciare una brutta visione. Poi la abbassa e fissa la carta, a lungo.

Giovanni, povero Giovanni. Hai ricevuto davvero un brutto colpo.

Ci vedevamo allo stesso bar, qualche volta, la sera. Giocavamo a scacchi. Una, due, tre partite per sera. Era sempre una bella sfida, accompagnata da qualche bicchiere di buon vino.

Tra una partita e l'altra, a volte, mi raccontavi i crimini appena accaduti, o gli incidenti nei quali eri intervenuto. Mi facevi risparmiare sul giornale e mi permettevi di lamentarmi delle nuove generazioni, dei tempi che peggioravano.

Chissà poi se è vero o se sono solo le nostre forze che scemano e tutto ci sembra peggiore? E poi si sa, le cose passate sono sempre meno terribili di quelle presenti, che ancora si devono sopportare.

Una sera eri decisamente distratto. Vinsi due partite senza impegnarmi. Al secondo scacco matto, quando tu sdraiasti il re sulla scacchiera, ti chiesi cosa ti prendesse, che non era da te giocare così alla leggera.

C'era stato un incidente, sulla statale, tra una moto e un'auto. Eri di pattuglia lì vicino con un collega. Arrivato sul posto trovasti la moto completamente distrutta, l'auto con il muso accartocciato (si trattava chiaramente di uno scontro frontale) e il corpo del motociclista scaraventato oltre la macchina, il casco a qualche metro di distanza, la testa fracassata, il volto irriconoscibile.

Doveste estrargli il borsellino dalla tasca della giacca e guardare sulla patente chi fosse. Ma tu un presentimento già l'avevi. Sulla patente ti sorrise la foto di tuo figlio.

Tu invece eri morto parecchi anni dopo, d'infarto. Io ancora non so come facesti a sopportare la vista di tuo figlio ucciso e deturpato da un incidente. Certo, vomitasti e piangesti per molte sere, ma io ammirai davvero la tua forza. Ancora di più quando è morto il mio, di figlio. Era decisamente più vecchio del tuo e la sua morte era il seguito di una lunga malattia, quasi una liberazione. Ho avuto tempo per abituarmici, ma non riuscii comunque ad affrontarne la morte con la tua forza.

Guarda ancora un attimo la carta. Negli occhi brilla una luce mesta, profondamente mesta. Si riscuote, allunga una mano verso le carte già passate, poi si ferma, e ne gira una nuova.

Mi sembra che un quattro scuro sia appena passato, ma tanto non ci posso attaccare nulla, non c'è fretta. Vediamo se passa invece qualche carta più utile. 3♦... potrei attaccarlo al 4 scuro, ripescandolo, ma comunque non andrei da nessuna parte. 5♣, no, Q♥, oh, ecco, questa si attacca.

Eri anche tu nel mio gruppo di amici giovanili, Tina, di quando andavo all'università. Mi ricordo che tu studiavi tanto, non come me, e ogni esame ti causava un grande nervosismo, a meno che tu non sapessi tutto perfettamente. E così sedevamo vicini sulle panche di legno, io mal preparato e allegro, tu ben preparata e angosciata, che cercavi di ripassare mentre t'infastidivo.

Un'altra cosa che tu facevi spesso e io mai era andare a studiare in biblioteca. Facevi la pendolare per venire all'università e vivevi sola con tua madre. Quindi di giorno, visto che lei lavorava, eri da sola. Non avevi neppure un gatto, che venisse a sedersi sulle tue gambe facendo le fusa, o che si sdraiasse sul tuo libro, pretendendo attenzione. Allora andavi in biblioteca, non per non distrarti come fanno tutti, ma per avere compagnia.

“Il rumore delle pagine che girano mi fa sentire meno sola.” mi spiegasti e io risi per l'insolita usanza. Ci siamo poi persi di vista, ma ti ho sempre immaginata in una biblioteca antica, immensa, con il soffitto altissimo, gli scaffali colmi di libri a toccarlo e molti corridoi oscuri. Tu seduta in una sala deserta, ma sorridente, perché da tutti i corridoi arrivava l'eco di pagine girate e quel fruscio rassicurante ti avvolgeva come il chiacchiericcio di amici in un pub.

Anni fa mi è giunta notizia della tua morte, ma non sono mai riuscito ad appurarne la causa. Da allora ho cambiato la mia immagine di te. Mi piacque pensare che al tuo funerale piangesse una numerosissima famiglia, una torma di figli, di solito vivacissimi, prostrati dalle lacrime. Andavi ancora in biblioteca, ma per avere una qualche ora di calma, nella quale leggere un libro senza interruzioni e distrazioni. Il frusciare delle pagine aveva perso ogni suggestione particolare, era diventato il classico rumore da biblioteca a cui nessuno bada.

Mi sembra che un fante scuro sia già passato, mi farebbe comodo per spostare il 10♦. Vabbè, finiamo prima il mazzo, che non restano molte carte. Magari passa anche l'altro fante scuro.

La mano, dopo aver appoggiato la Q♥ sopra il K♠ della seconda colonna, si mette a girare velocemente le carte del mazzo coperto. J♦, K♥, 6♦, 9♣. La mano si blocca, riprende la carta appena appoggiata e la sposta sulla quarta colonna, a coprire parzialmente il 10♦.

Ora ho un motivo in più per trovare quel fante scuro, vero Isabella?

A te piaceva scrivere. Io leggevo parecchio, ma scrivere non m'era mai riuscito. Ho sempre avuto troppo caos in testa e troppa poca pazienza per riuscire a ordinarlo. Non so bene cosa avessi tu, in testa, ma scrivere ti riusciva facile, almeno così sembrava, e il tuo più grande sogno era diventare una vera scrittrice, pubblicata.

Mi facevi leggere qualcosa, talvolta. Non sapevo bene cosa dirti, non avendo mai scritto sul serio. Dei pezzi mi piacevano molto, altri meno, ma non avrei saputo dire di preciso cosa non andasse, mancava qualcosa, ecco tutto. Scrivevi storie troppo lunghe per essere racconti e troppo brevi per essere romanzi. E poi erano tutte romantiche. Forse un po' troppo per me, che avevo letto decine di noir, ma in fondo l'amore fa parte di ogni vita più della violenza e della morte.

In quelle storie d'amore proiettavi tutto ciò che ti mancava, come se potessero in qualche modo risarcirti. Tutte le eroine erano una tua versione di carta, tutti gli uomini di cui s'innamoravano incarnavano i tuoi desideri, le tue speranze. Non smettesti di scrivere nemmeno quando finalmente trovasti l'uomo giusto, quello da sposare.

Non so se lui l'ha mai capito, spero di no, non è bello capire di non soddisfare appieno l'altra persona, anche se è normale, nessuno può. Ma non tutte le mogli scrivono storie d'amore colme di ciò che manca alla propria.

Ma alla fine smettesti. Certo fu un percorso a tappe, è dura abbandonare un sogno, ma alla fine dovesti riconoscere che riuscivi solo a scrivere storie sempre uguali. Erano sempre le solite cose che ti mancavano. Avresti potuto scrivere altro, scrivere addirittura in un altro modo. Però ti eri abituata a ispirarti alla tua vita, tu eri l'eroina, gli altri personaggi erano i tuoi conoscenti. E come avresti potuto cambiare stile, se la tua visione del mondo, mai stravolta da nessuna vera tragedia, era restata irrimediabilmente romantica?

Fu solo dopo qualche anno che avesti il colpo di genio, scrivere sì della tua vita, ma non delle mancanze, parlare di tutto ciò che avevi, di come avevi conosciuto tuo marito, di come avevate costruito una famiglia. Naturalmente il tutto era mascherato, ma i personaggi ne emergevano estremamente reali, le loro vicende, non particolarmente straordinarie, colpivano per la loro umanità; bastava aggiungere un'elegante vena romantica per avere il successo tanto a lungo cercato.

Purtroppo non ti sei goduta molto la fortuna, ma almeno tuo marito è restato con una storia che ha capito vostra (oltre a parecchi soldi).

La mano torna a girare una nuova carta. J♣. Il vecchio ha un sussulto di giubilo e attacca con slancio la carta alla Q♥.

Bene, bene... perfetto, ci voleva un po' di fortuna. Bravo Mile! Capiti al momento giusto.

Mile...Mile, eri una testa calda, non cattivo, ma sei finito male.

Profumo di fieno, stupendo. Che pace quassù all'alpe. C'è una vista impagabile.

Leggeri declivi erbosi, bosco alle mie spalle, cascine di vacanza. Rovinano già l'alpe, dovrebbero esserci solo un paio di cascine per gli animali. Siamo ancora troppo vicini al paese. Pazienza, almeno è accessibile. Non mi serve troppo tempo per venirci.

Vicino a me c'è Luca.

“Non è stupendo come posto?” “Direi proprio di sì. Avevi ragione.” “Guarda giù che vista mozzafiato.” “Si vede tutta la vallata, incantevole, e i paesini.”.

Paesini. Mi si stringe lo stomaco. Che ci trova di bello nei paesini?

“Ti piacciono quei paesini? Ma cosa ci trovi?” “Ma guardali, dai! Sono cosi carini. Tante piccole casette tutte strette circondate da boschi. Non saprei, mi dà una piacevole impressione d'intimità.”

No, non è possibile. Idea d'intimità da delle case circondate da un bosco?

“Ma cosa stai dicendo. Non c'è nulla di intimo. Cosa pensi che ci fosse prima al posto di quelle case? Bosco. Tu pensi che lui l'abbia trovato intimo essere sventrato e poi trovarsi delle case costruite al proprio interno. Guardale, sembrano un grumo artificiale, tutto spigoloso e senza armonia. Adesso sposta lo sguardo di pochi millimetri. Lo vedi il bosco? Con quell'armonia di verdi, con quelle soffici forme rotonde delle chiome? Non è immensamente meglio?” “Si, va bene, d'accordo. Ma non...”.

Non lo lascio continuare. Foga da dibattito.

“Non trovi che il mondo sarebbe meglio senza gli uomini? È ovvio! Siamo arrivati sulla terra e in poche migliaia di anni, mentre quella era già passata attraverso più di quattro miliardi di anni di delicati cicli biologici, abbiamo eretto industrie, centrali nucleari e tutte queste porcherie. Col carbone abbiamo bruciato in poche decine di anni ciò che la terra aveva accumulato in milioni di anni, grazie a milioni di esseri viventi morti.

Insomma, in breve stiamo mandando a puttane in poco tempo un capolavoro di vita vecchissimo.” “Mi sembra che la stai mettendo giù un po' dura.”.

“Ti sbagli. Noi non siamo altro che dei parassiti, Luca. Ci siamo attaccati alla terra, a qualsiasi cosa ci desse energia, a qualsiasi cosa ci servisse e l'abbiamo succhiata senza rispetto, senza misura, distruggendo migliaia di cicli perfettamente calibrati grazie a migliaia, a milioni di anni.

Siamo dei parassiti e della peggior specie, perché quasi tutti i parassiti sanno che non devono risucchiare troppo velocemente le energie dell'organismo ospite, o quello non riuscirà a recuperarle e morirà, lasciandoli senza fonte di sostentamento.

Noi che siamo la forma di vita più intelligente del pianeta, o almeno così dicono, non lo abbiamo capito. La terra sarebbe migliore senza di noi. Ecco la verità!” “Sarà come dici tu, ma sinceramente, anche se la terra senza di noi fosse migliore, a noi, che non ci saremmo più, importerebbe ben poco.” “Ma a tutte le altre razze che la popolano, con lo stesso nostro diritto, importerebbe eccome.”.

“Senti, lasciamo perdere, sono venuto per godermi un bel panorama. Lasciamo stare questi discorsi.” “Come vuoi, ma sappi che se la terra sta morendo, è anche colpa tua.” “Le porterò dei fiori sulla tomba.”.

È inutile parlare. È un idiota. Non vuole capire. Non si accorgono dell'imminente pericolo, della gravità della situazione. La terra sta collassando. La stiamo uccidendo. E loro preferiscono ficcare la testa sottoterra come gli struzzi.

Aderisti a Save the Green. Passasti da manifestazione a manifestazione. Da occupazioni di centrali a carbone a quelle di centrali nucleari. Ma non ti bastava: partisti, ti unisti a qualsiasi gruppo nel mondo che facesse interventi più diretti, che facesse veri e propri sabotaggi. Ti prese come una smania frenetica, ti affidarono anche la direzione di alcune operazioni. Ti riuscirono bene: ne facesti altre, ancora più rischiose. Fu durante una di queste, in Asia, in qualche regione di cui ho scordato il nome, che si persero le tue tracce, dopo che il vostro gruppo si disperse, braccato da un corpo paramilitare al soldo delle autorità.

La terra è tuttora a rischio, come anni fa. Non è peggiorata molto, ma neppure migliorata. Io però ora sono socio di Save the Green.

Il vecchio torna a lottare con le carte sul tavolo. Sposta la quarta colonna sotto la seconda e gira la carta appena liberata. Poi la mano si appoggia sul tavolo, come stanca. Il viso si gira verso destra e lo sguardo si ferma su una foto incorniciata appesa al muro. La mano si risolleva, fino alla bocca, a lanciare un bacio verso quel viso di donna. E di nuovo si posa, chiusa in un pugno malinconicamente allentato. Q♣, la carta girata.

Fiori neri, perfetti per questa storia. E anche la donna è davvero azzeccata.

La prima volta t'incontrai al cimitero. A dire il vero anche tutte le altre. Portavi bracciate di fiori tutte le sere e mi facesti vergognare tantissimo.

Ero andato al cimitero a trovare mia moglie, a cambiare i fiori. Ti trovai lì, in piedi davanti alla sua tomba. Avevi appena cambiato i fiori ed erano molto più belli dei miei.

Rimasi decisamente confuso. Mi avvicinai e ti chiesi come mai conoscessi mia moglie. È sua moglie?, mi chiedesti. Gliel'ho appena detto, ti risposi. E tu mi criticasti per aver lasciato appassire i fiori sulla tomba. Non avevo tempo in questi giorni, mi difesi. Dovrebbe sempre averne per sua moglie, anche se è morta. Mi vergognai davvero molto.

Tu sostenevi che almeno da morte le persone dovrebbero essere tutte uguali. Perciò passavi tutte le sere al cimitero, a portare fiori freschi sulle tombe che non ne avevano.

Chissà se ora qualcuno li porta sulla tua? Io per un po' lo feci, Viola, dopo esser passato da mia moglie.

Di nuovo il vecchio viene scosso da qualche singulto e di nuovo qualche lacrima cade sul tavolo. Ma non le asciuga. Poi smette e allunga la mano sul tavolo.

Mi sembra che si sia avviato bene. Questa dovrebbe essere una di quelle volte che finisco.

Quante esistenze, quanti morti. Forse stavolta mi va bene e riesco a impilarli tutti e cinquantadue, per seme. Eh già, qualcuno deve pur morire per ultimo in ogni gruppo di conoscenti, o rimanere solo, un’isola tra i dispersi; è toccato a me. Mi resta ancora un po' di tempo d'ammazzare prima di cena, qualche altro fantasma da evocare.

Si allontana il vecchio. Lo stipite lo incornicia. Nasconde metà tavolo, metà sedia e metà vecchio. È ancora il 17 dicembre 2067. Probabilmente lo è da anni. La polvere non si è ancora posata e continua a fluttuare nella luce. Si allontana, la luce, nel lungo corridoio.


Noè Albergati (1990), nato nell’Alto Malcantone, si è laureato in Lettere moderne all’Università di Pavia con una tesi sul plurilinguismo in Giorgio Orelli. Attualmente sta proseguendo il suo percorso accademico all’Università di Pisa con un dottorato inerente alla figura del negromante nella letteratura estense da Boiardo ad Ariosto. Sul versante creativo, tanto in prosa, quanto in versi, ha ottenuto sia premi (Premio Campiello Giovani per scrittori esteri nel 2012 e Premio “Città di Quarrata” sempre per scrittori esteri nel 2017) sia segnalazioni di merito (Concorso Castelli di Carta nel 2017 e Premio Letterario “Città Cava de’ Tirreni” nel medesimo anno, Racconti di Milleparole nel 2018). Nel 2019 è uscito il suo primo libro di poesia, "Dal tramonto all’alba", presso l’editore Alla chiara fonte.

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