"La bambola di Amalia" di Sonia G. Fonti

Aggiornato il: ott 15


Aveva 89 anni, l’Amalia, e stava morendo nel suo vecchio ranch nella Napa Valley, California. Il suo cuore era stanco di combattere la lunga battaglia della vita e reclamava la quiete. Sentiva, come soltanto i vecchi sanno fare, che il momento era vicino, e d’altronde il dottore era stato assai chiaro con chi l’aveva accompagnata in ospedale per l’ultimo controllo.


Quella sera volle trovare ancora un po’ di forza per aprire il suo vecchio baule, quello su cui aveva passato giorni e giorni seduta durante la traversata dal porto francese di Le Havre fino in Mèrica, settant’anni prima, quand’era giovane e bella come un fiore e i suoi l’avevano costretta a partire coi fratelli Giuseppe e Tommaso, per raggiungere il Noldo, un lontano cugino e suo promesso sposo, che aveva un buon lavoro laggiù, in quelle praterie sconfinate, per nulla somiglianti ai ridotti pascoli della sua Terra, dove l’erba, però, cresceva più verde e profumata che altrove.


Il baule stava sotto una pila di casse, era impolverato ed emanava un vago sentore di muffa, ma, non appena lo aprì, Amalia ne respirò la vita, quella che era stata la sua, prima della Mèrica. C’era un libretto di preghiere con la Novena di Natale e questo le fece risuonare nella mente i rintocchi profondi delle campane del suo villaggio e due lacrime le bagnarono le gote rugose. Poi trovò un fazzoletto nero con le frange, un ricordo della nonna Menica, il fazzoletto della festa, da cui la povera donna si era separata volentieri, in mancanza d’altro dono da offrire alla nipote, intuendo che forse non l’avrebbe più rivista. Uno scialle verde, di lana di pecora, che faceva capolino sotto alcuni abiti fuori moda, evocò alla sua memoria i freddi inverni nella sua valle e i sacrifici che fin da piccolina aveva dovuto fare, ma soprattutto le ricordò la sorellina malata e le ossa fini del suo corpicino morente.


A ben pensarci, ne aveva passate tante, povera anima, sesta di sette fratelli poveri in canna, stipati in una casupola di un minuscolo paese di montagna, costantemente minacciato dalle frane e sovrastato da alti picchi che sfioravano il cielo.

Da bambina aveva lavorato parecchio, le spalle gracili soverchiate da un gerla più grande di lei, sempre piena di qualcosa da trasportare, su e giù, dagli alpi al piano e viceversa. La sua unica bambola, se così si poteva chiamarla, era un ciottolo ovale, scelto tra i mille e mille sassi che ornavano il greto del fiume. L’aveva ricoperta con uno straccetto, l’aveva chiamata Caterina e la portava sempre con sé, nascosta nell’ampia tasca del grembiule e la bambola era diventata la depositaria di tutti i suoi segreti di bambina. Quando aveva fame, ma a tavola c’era soltanto una scodella di minestra scipita, Amalia faceva finta di aver mangiato un banchetto ed elencava a Caterina, muta amica di pietra, tutte le delizie che aveva gustato, così che la fantasia colmasse la mente e ingannasse la pancia.


Con Caterina aveva pianto da strappare il cuore, quando la sorellina minore, l’ultima, quella bionda con le treccine e la pelle diafana, era morta, una notte di febbraio, squassata dalla tosse e allucinata dalla febbre della difterite. Mentre la piccola bara veniva calata nella fossa nel camposanto, Amalia aveva stretto tra le dita magre la bambolina di pietra e quel contatto solido e concreto le aveva dato un incredibile sostegno.


A Caterina aveva confidato le sue delusioni di adolescente che non avrebbe potuto studiare e lo sconforto di essere promessa sposa al Noldo, l’americano, quel lontano cugino emigrato da anni con la sua famiglia in un Paese lontano. Di lui aveva una fotografia: l’immagine un po’ sfocata mostrava un giovanotto né bello né brutto, con un cappello strano, che nella sua valle non usava. Dietro il giovane non si vedevano che prati, non c’era una montagna a pagarla un milione. Lei, il Noldo, neppure lo ricordava: ai tempi in cui la sua famiglia aveva deciso di andare in Mèrica, il ragazzino aveva sette anni. Lei era minore di lui e il Noldo, nei suoi ricordi, rappresentava una nebulosa. Ma il padre del giovane, a quanto pareva, in Mèrica aveva fatto una certa fortuna ed era diventato padrone di un ranch. I genitori di Amalia avevano mantenuto contatti epistolari coi cugini americani e avevano fatto in modo di trovare lavoro laggiù ai due figli maggiori e di combinare il matrimonio per la figlia.


Amalia era terrorizzata, ma a quei tempi, con i genitori non si discuteva, per cui, all’età di diciannove anni, insieme ai due fratelli, era partita con la morte nel cuore e con i colori della sua Terra negli occhi. Tommaso e Giuseppe erano entusiasti del viaggio, convinti com’erano che la Mèrica sarebbe stata una manna, o perlomeno qualcosa di simile all’albero della cuccagna, ma lei ancora ricordava il nodo di angoscia che le serrava la gola e il senso di solitudine durante la traversata.


Nel baule in cui c’erano pochi vestiti e tanti ricordi aveva messo anche la bambola Caterina, patetico sasso addobbato di rosso, simbolo di un’infanzia sciupata. Spesso, durante il lungo viaggio, nonostante l’età adulta, si era sorpresa a prendere in mano la bambola e, non potendo farsi sentire a parlarle senza essere presa per pazza, si limitava a pensare tutto quello che avrebbe voluto confidarle: timori, rimpianti, rabbia, sconforto. Caterina sembrava capire.


Ed eccola, ora, dopo tanti anni, la bambola, nascosta sul fondo del baule, con lo straccetto rosso a mo’ di abitino, semplice e solida come tutte le pietre della sua valle, liscia al tatto, consolatrice di un’infanzia tormentata.


Amalia la tolse con delicatezza dal baule e l’accarezzò come se fosse una bimba vera e fu allora che, simili a un fiume in piena, vennero le lacrime e con loro sgorgò l’amarezza per non aver mai potuto scegliere, il dolore per non aver più rivisto la sua Terra e la tenerezza per quel che di buono la Mèrica le aveva donato: un uomo leale, due figli sani e una vita dignitosa.


La trovarono così, la mattina seguente, appoggiata di sghembo al baule, con una strana pietra ovale avvolta in un pezzetto di stoffa rossa tra le mani, e un lieve sorriso sulle labbra diventate bluastre.


Se avessero potuto leggere nei suoi occhi ormai chiusi e catturarvi l’ultima sua immagine, avrebbero scorto una corona di montagne severe sotto un cielo di un incredibile azzurro.


Sonia G. Fonti nasce nel 1958 nella Svizzera italiana e cresce nel Malcantone. Docente di scuola elementare, scrive soprattutto racconti per bambini e racconti legati alla vita contadina in Ticino tra Ottocento e Novecento.

Con il racconto "La bambola di Amalia" ha vinto il primo premio sezione Emigrazione del concorso letterario Plinio Martini – Andrea Testore “Salviamo la montagna”.

© De–Siderium 2019