Carnet de voyage: #3 Cracovia e Budapest

di Davide Stefanetti




Cracovia, 27 maggio 2022, ore 22.38


Un paio di giorni fa, arrivando a Varsavia da Berlino, ho potuto godere della rassicurante prevedibilità e monotonia del paesaggio polacco. La solita pianura con campi coltivati alternati a fitti boschi, ogni tanto uno specchio d’acqua, molto raramente una costruzione. E una volta giunto a destinazione, come per magia, l’ingegneria umana è stata in grado di stuzzicare il piatto ordine naturale con una serie di capolavori architettonici verticali, diretti verso il cielo, lontani dalla immutabile topografia polacca.

Ore 9.40, stazione centrale di Varsavia, il paesaggio, chiuso dalle mura della stazione, è unidimensionale, si dirige unicamente in linea retta seguendo lo sviluppo dei binari. Gli annunci si susseguono ma il treno non arriva, nemmeno la dimensione temporale può mutare la prospettiva.

Ore 10.05, il treno finalmente arriva e mi porta lontano da Varsavia, in direzione sud, verso Cracovia, nella ormai irrimediabilmente piatta Polonia rurale.

Varsavia mi piace, parecchio e più mi allontano più ne sento la mancanza.

Ameno lì, alla atavica assenza di rilievi, il genio umano è riuscito a porvi rimedio.

Grattacieli di acciaio, cemento e vetro sono riusciti a scombinare la prevedibilità del territorio.

E alla fine, giunto a Cracovia, non ho capito se essere sorpreso, rinfrancato o deluso.

Nessun grattacielo in vetro a sfidare la gravità, ma a stagliarsi verso il cielo i campanili di una quantità impressionante di chiese.

E tanti turisti, come me, che insieme allo scalpiccio dei cavalli che li trasportano su vetuste carrozze percorrono le strade selciate come nei secoli addietro.

Cracovia è da visitare, Varsavia mi ha dato l’impressione che sia da vivere.

Lasciata la parte più frequentata e conosciuta, sotto una pioggia dannatamente insistente più della pianura, al di là dei percorsi battuti, un nuovo mondo si è lentamente aperto ai miei occhi.

L’età media è più bassa, i vestiti più stravaganti e la musica che esce nelle strade dalle porte mentre si aprono e si chiudono al passaggio delle persone è decisamente coinvolgente.

Mani esperte e braccia tatuate lavorano con shakers cromati, creando elisir, mescolando ingredienti delicati e dannatamente forti lontano dall' ombra ingombrante degli infiniti campanili del centro e di tutto quello che rappresentano.

Nella città delle cento chiese – è solo una mia inaccurata stima – e di tutto ciò che stanno rappresentando in questi ultimi anni in termini di libertà personali e di diritti femminili e della comunità LGBT+, sembrano tutti molto indaffarati e pieni di gioia allo stesso tempo.

Mi appaiono come i nuovi sovversivi, contro la politica di un governo sempre più conservatore e pronti a prendersi a carico la difesa di tutti.

Eppure rimane purtroppo solo un' impressione.

Per alcuni di loro le donne hanno ottenuto troppo, sono approfittatrici del sistema e pagando meno tasse grazie a delle agevolazioni, la logica vuole, che abbiano meno diritti.

La logica però non la seguo, si pareggia il conto togliendo agli altri piuttosto che battendoci per migliorare la nostra condizione?

Qualcosa davvero mi sfugge, sono confuso, sono stanco, ho voglia di dormire e di ripartire.




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Budapest, 29 maggio 2022, ore 15.22


Essere svegliato poco dopo le 6.30 dal capotreno che, consegnandomi una scatoletta da cui spuntava un coltello di plastica, mi invitava a prendere il treno delle 6.55 visto che quello su cui viaggiavamo si era rotto, essere svegliato senza sapere bene dove fossi - visto che il telefono spento e il cervello ancora non completamente ripresosi dal sonno mi rendevano difficile associare Breclav ad una qualsivoglia mappa - e il freddo della domenica mattina nella campagna dell’est Europa, devo dire che mi hanno sconvolto il giusto.

Ah per la cronaca, Breclav in italiano è Breslavia, nel sud della Repubblica Ceca.

I grandi spazi intorno a me si sono rivelati più coinvolgenti della monotonia polacca, dolci colline, il placido scorrere della Moravia mentre l’attraversavo su di un ponte, la vista di due lepri che saltavano nei primi raggi della mattina in un prato accanto, papaveri rossi lungo i binari e infine sua maestà il Danubio.

E dopo oltre tre abbondanti ore sono finalmente giunto nella capitale magiara.

La stazione, tra tutte quelle che ho visto in questo viaggio, è di sicuro la più miserabile. Ho come l’ impressione che Bratislava possa salire fra qualche giorno sul gradino più alto del podio, mi lascerò sorprendere quando sarà il momento. La stazione di Budapest Nyugati non ha nulla della modernità della Hauptbanhof di Berlino, dei complicati labirinti sotterranei di quella di Varsavia. Persino a Cracovia, pur con la sua semplicità e con la vecchia sala d’attesa chiusa, la stazione era migliore. Non proprio un bel biglietto da visita dunque.

Ma fino a poco più di 100 anni fa, da qui si comandava, seppure in parte, un impero vasto, ricco e multietnico.

Uscendo e imboccando il viale verso il centro ci si accorge subito della maestosità imperiale.

Certo, gli oltre cento anni di perdita di privilegi imperiali si vedono proprio tutti, ingigantiti pure da quasi 50 anni di gestione comunista.

Come spesso accade a queste longitudini orientali, le chiese sono ben conservate. Da queste parti i governi sanno davvero come spendere al meglio il PIL, come far sì che la popolazione ne abbia beneficio: centri commerciali sfavillanti e chiese perfette, altroché infrastrutture come stazioni o mobilità urbana.

Addentrandosi verso il centro città la cura e la magnificenza dell’ architettura diventano difficili da contestare. Si può solo contemplarne la bellezza.

Salendo destreggiandosi in complicati passi tra le masse di turisti verso il castello di Buda, riesco a scorgere scenari di Pest sempre più idilliaci. Il fiume, così cupo sotto questo cielo nuvoloso, non fa altro che sottolineare la poesia della vista.

È chiaro che oltre cento anni fa i servizi di streaming che ci salvano dalla noia serale non erano stati ancora inventati, il solito walzer a palazzo era probabilmente insipido come la televisione la domenica sera, non c'era dunque niente di meglio che accaparrarsi la vista migliore di tutta la città e cementare il proprio diritto imperiale.

E riscendendo esibendomi in un perfetto slalom schivando egregiamente le orde di influencer in posa, accessoriate da capo a piedi, forse retaggio dell’opulenza austroungarica, sono tornato a passeggiare lungo il Danubio.

La sponda destra è trafficata, caotica, la domenica a Budapest sembra essere decisamente più rumorosa di quella berlinese.

Passa un’ ambulanza a sirene spiegate, ma neppure quello riesce a turbare la sorta di pace interiore che provo.

Posso dare la colpa al lungo viaggio con i suoi imprevisti o più onestamente darne il merito al grande fiume, che scorre da millenni immutabile e mai uguale a se stesso.





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Budapest, 29 maggio 2022, ore 20.13


La stanchezza non molla la presa, inaspettatamente almeno per il momento la pioggia sì.

L’azzardo ha decisamente pagato, la cena fatta ad orari improponibili, da casa anziani in pratica, mi sta dando una mano a stare lontano dalla stanza di albergo dove rischierei di collassare in un sonno irrimediabilmente profondo.

Dopo aver girato in lungo e in largo per la giornata, mi sono messo a perlustrare il vecchio quartiere ebraico. Semplicemente meraviglioso.

Murales, sinagoghe mantenute alla perfezione, ristoranti e locali uno dietro l’altro. In questa serata comunque umida e fredda, credo che ci sia in giro solamente una piccola frazione rispetto a ciò che assalta nei fine settimana queste storiche vie. Io ho trovato il mio rifugio dalla folla che latita.

In pochi, immagino siano turisti, girano confusi consultando il telefono e le mappe di Google. Lo so per certo, fino a poco prima l’ho fatto pure io cercando l’essenza della vita notturna di Budapest: il ruin bar “Sszimpla Kert”, un’istituzione.

Ma la serata sembrava fin da subito tranquilla, troppo tranquilla.

Quindi ho deciso di trascorrere le due ore, forse meno, di autonomia che mi restano osservando fuori dalla finestra lo scarso flusso di persone guidate dai loro sei pollici di schermo.

Qui al coperto si sta bene, posso addirittura mettermi in maglietta senza rischiare il freddo che fa fuori.

Ed è divertente osservare anche la vita all’interno del bar. Due turisti inglesi si sostengono a vicenda: uno collassa sul tavolo e l’altro lo aiuta finendogli la birra, una ragazza sola al bancone si divide, pesantemente combattuta, tra il suo telefono e la sua frizzante bibita. Una ragazza spagnola tenta con un inglese alquanto pittoresco di ordinare una lattina di tropical NEIPA, ma non troppo dolce per favore…

Al barista mancheranno anche gli incisivi, ma affronta la sfida con carisma, è conscio del suo potere dietro al bancone.

Entrano altri clienti, le luci colorate sul basso soffitto continuano ad accendersi e a spegnersi, in una continua mutazione e questa città continua a conservare la propria mutevole magia.