Imparare dai propri errori: una riflessione sulla guerra in Ucraina

di Davide Stefanetti


Spesso, durante una discussione su un argomento complesso, dove esiste una sola verità, ma questa verità è circondata da altre verità, è facile perdere il focus sull'argomento.

Il punto è questo: ciò che sta succedendo in questi giorni in Ucraina è esclusivamente imputabile ad un solo uomo, il presidente della Federazione Russa Vladimir Vladimirovic Putin.

Essendo la situazione volatile, di ancora difficile comprensione e con innumerevoli elementi in gioco, onde evitare fraintendimenti è importante ribadire il fatto che la responsabilità ricade esclusivamente su Putin e il suo apparato militare governativo.


Per provare ad analizzare il contesto nel quale questi avvenimenti stanno accadendo, ossia l'invasione di uno stato sovrano da parte di un altro stato, a meno di vent'anni da un evento simile – la guerra in Iraq a partire dal 2003 – bisogna tassativamente non perdere di vista il punto focale del discorso: il presidente russo è responsabile.

Gettate e ribadite dunque le basi del discorso, è possibile quindi iniziare a grattare la superficie, per poi continuare a scavare sempre più a fondo fino a tentare di provare a rispondere all'unica domanda che riesco a pensare ora: perché?

E non perché io sia sconvolto, in ambito planetario i miei sentimenti hanno un posto infinitesimale, soprattutto rispetto ad eventi di questa portata.


Perché tutto questo sta succedendo?

A pensarci bene, noi occidentali, seppur in maniera superficiale, siamo costantemente informati su conflitti regionali che infiammano tutti i continenti su base pressoché stagionale.

Afghanistan, Iraq, Palestina, Libia, Siria, Mali, Myanmar, Repubblica Centrafricana, Venezuela. Al nostro pianeta non viene concessa un'intera rivoluzione intorno alla propria stella senza che un conflitto armato, una rivoluzione – questa volta militare – o un’altra forma di violenza armata erutti sconvolgendo le vite di migliaia di persone innocenti.

E le regole dell'informazione sembrano essere codificate secondo l’idea che le notizie relative a un conflitto che ci giungono siano direttamente proporzionali alla vicinanza o alla ricchezze messe in gioco da quello stesso conflitto; più le nazioni sono ricche o vicine, più se ne parla, altrimenti si sfiora un drammatico silenzio.


E ora la guerra è vicina, molto vicina, magari non sullo zerbino di casa, ma è certamente all’inizio della via dove viviamo. In questo ennesimo nuovo conflitto la Russia ha invaso una nazione sovrana ad essa confinante. La Russia ha invaso e sta occupando militarmente l’Ucraina, una democrazia indipendente nata dopo la dissoluzione dell’URSS di cui fu uno dei membri fondatori.

La Russia ha invaso e sta bombardando una nazione con la quale ha condiviso, sotto differenti forme di governo, centinaia di anni della propria storia. La Russia ha invaso e sta distruggendo il luogo di nascita della cultura slava dell'est europeo.


Per provare a trovare un perché, in ambito storico è spesso necessario guardarsi indietro, rivolgersi alla Storia. Nulla si ripete mai uguale a se stesso, ma diverse situazioni si sono riproposte in maniera incredibilmente simile con il passare del tempo. Molte di queste sono riconducibili a un forse istintivo sentimento umano: la sete di vendetta.


Una breve carrellata negli ultimi circa cento anni trascorsi si rivela particolarmente ricca di esempi.

Nel 1919 si svolse la conferenza di Parigi che portò alla firma del trattato di Versailles, che sancì la fine del primo conflitto mondiale. Alla conferenza non vennero invitate le nazioni sconfitte di Germania e Austria-Ungheria, che si limitarono solo ad accettare il trattato, senza avere alcuna voce in capitolo.

Provando a riassumere il senso della conferenza di pace nelle parole di Ferdinand Foch, ufficiale francese al comando dell'Intesa che affermò “Questa non è una pace, è un’armistizio per vent’anni”, non è difficile capire come ciò che scatenò la seconda guerra mondiale fosse collegato al desiderio di vendetta. Vendetta a seguito non solo della sconfitta, ma soprattutto delle umiliazioni inflitte dai vincitori.

Nel 1953, a causa della nazionalizzazione dell'industria petrolifera da parte del governo iraniano con la conseguente perdita di profitto per l’impero britannico e la temuta espansione in Medio oriente del comunismo temuta dagli USA, con l'operazione Ajax venne rovesciato il governo democraticamente eletto di Mossadeq. Operazione orchestrata dalle forze occidentali di Stati Uniti e Regno Unito che instaurarono il regime dittatoriale dello scià Pahlavi. Il regime fantoccio dell’Occidente governò l’Iran con il pugno di ferro fino al 1979, quando venne rovesciato durante la rivoluzione iraniana del 1979 guidata dall'ayatollah Khomeney.

Da allora uno degli obiettivi del nuovo regime iraniano è stato quello di vendicarsi, mediante mezzi discutibili come attacchi terroristici e sostegno a milizie spesso etichettate come tali, dell’imperialismo occidentale, in particolare quello a stelle e strisce.


Putin ha definito la dissoluzione dell’Unione Sovietica la più grossa catastrofe geopolitica del XX secolo. Nei primissimi anni ‘90, alla dissoluzione dell'URSS, si venne a creare un vuoto di potere che potesse contrastare l’egemonia degli USA e dei suoi alleati, legati dall’Alleanza Atlantica, la NATO.

NATO che promise alla neonata Federazione Russa, erede dell’impero sovietico, di non espandersi ad est verso quei Paesi che si erano liberati dall’alleanza precedente: il Patto di Varsavia. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni fatte solo a parole, nulla di queste promesse fu messo su carta in un trattato ufficiale e così sempre più stati che erano orbitati nella sfera di influenza sovietica sin dalla fine del secondo conflitto mondiale, chiesero e ottennero ammissione nell’Alleanza Atlantica.

Nazioni sovrane sono libere di scegliere le proprie alleanze, ma il “corteggiamento occidentale” causò sconcerto e diffidenza a Mosca. Degli occidentali e delle loro democrazie liberali non ci si poteva dunque fidare, visto che non erano in grado di mantenere la parola data e si accaparravano i vecchi amici ed alleati. Era vista come una mossa atta ad indebolire il potere di Mosca, già notevolmente inficiato dopo la dissoluzione di ciò che era considerata una delle due superpotenze protagoniste della guerra fredda.


E può ben darsi che sia soltanto un pretesto, ma è innegabile che dietro diverse mosse messe a segno dalla propria ascesa al potere nel 1999, Putin – ex membro del KGB – abbia voluto consumare la sua personale vendetta, nonché quella del popolo russo, umiliati entrambi dalla sconfitta nella guerra fredda. E così la retorica legata alla difesa della Russia dall’espansione NATO e dei valori liberali, l’esaltazione della propria storia, recente o più antica e i fasti nostalgici, sono serviti come giustificazione ad una narrativa sempre più folle ed aggressiva, intenta a trasformare il carnefice in vittima e viceversa.

Intanto la distruzione nella nazione dei Rus' di Kiev continua, le vittime aumentano e la speranza di una veloce risoluzione si affievolisce.


La colpa è di Putin, un bullo assassino, ma è anche dell’Occidente che, senza mai farsi scrupolo alcuno, vuole imporre la propria visione del mondo a chiunque, senza preoccuparsi, come è successo con inquietante ricorrenza nel medio e vicino Oriente.


A volte la semplicità è la cosa migliore che si possa desiderare. Desiderare che questo ennesimo conflitto, come tutti i conflitti in corso di cui ignoriamo perfino l’esistenza, finisca presto e con meno vittime, sofferenze e danni possibili e che per una volta tanto tutti, tutti, nessuno escluso, possiamo imparare dai nostri errori.