Il Collettivo Io l'8 ogni giorno: la sua visione, le lotte e le piazze

Intervista a cura di Lia Galli


Tra i premiati dell'edizione 2021 del Festival Poestate - creato e curato da Armida Demarta - figura anche il Collettivo "Io l'8 ogni giorno", collettivo femminista ticinese impegnato nella lotta contro le discriminazioni di genere, contro il patriarcato e nella costruzione di una società più equa per tutte e tutti.


In seguito alla sua partecipazione a Poestate con la lettura di alcune poesie femministe, abbiamo deciso di conoscere meglio il Collettivo "Io l'8 ogni giorno", facendoci raccontare dalle attiviste che ne fanno parte la storia, gli intenti e le lotte del collettivo, così da approfondirne la visione e l'importante lavoro che svolge sul territorio, e non solo.


Riportiamo, dunque, qui il contenuto dell'intervista fatta da Lia Galli alle attiviste del Collettivo "Io l'8 ogni giorno".


Quando nasce il Collettivo Io l’8 ogni giorno e quali sono i suoi intenti? Vi hanno aderito anche degli uomini?

Il viaggio del nostro Collettivo, iniziato nel 2017, ha avuto come primo obiettivo l’opposizione all’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, in votazione quell’anno. Subito, appena organizzati i primi incontri, abbiamo sentito il bisogno di continuare a discutere insieme ad altre donne, di scendere in strada per far sentire la nostra voce e di proseguire per ascoltare le voci delle altre, svizzere, straniere, casalinghe, lavoratrici, madri, lesbiche,… Dopo il primo 8 marzo 2018, in cui quasi un migliaio di donne si sono riversate in strada a Bellinzona, con un entusiasmo e una voglia di incontrarsi, discutere, ribellarsi…non ci siamo più fermate, perché per noi è l’8 ogni giorno.

Dalla prima riunione, il nostro cammino è apparso chiaro: per poter discutere senza limiti e senza freni, abbiamo concordato che i nostri incontri dovevano svolgersi in ambito femminile e femminista: non avrebbe avuto senso coinvolgere anche gli uomini. Alla base di questa decisione c’è la consapevolezza della necessità di permettere ai soggetti oppressi, nel nostro caso le donne, di avere spazi di autodeterminazione e di poter decidere senza condizionamenti i temi e le modalità della lotta di liberazione. Le discussioni toccano sfere molto personali e devono avvenire in un contesto che permetta di far emergere tutta una serie di questioni in modo schietto e diretto, cosa non necessariamente possibile con la presenza maschile. Al di là delle questioni politiche, sempre presenti e motivanti, si sentiva la necessità di avere uno spazio nostro che desse la possibilità ad ognuna di noi di esprimersi nei modi e nei tempi a noi essenziali.

Questo non significa che gli uomini non abbiano un ruolo nella nostra lotta di liberazione, il loro sostegno solidale è essenziale nelle manifestazioni e negli scioperi e anche in alcuni momenti di riflessione. Il miglior modo per un uomo di essere solidale con la nostra lotta è quello di riconoscere la nostra necessità di avere degli spazi a noi dedicati, dei momenti di autonomia e determinazione. Per tutto il resto della nostra vita sia pubblica che privata ci troviamo in spazi misti, spesso vittime di discriminazione e sfruttamento; diventa quindi essenziale poterci incontrare tra di noi e discutere liberamente di questa nostra condizione.


Quale lavoro fate sul territorio? Qual è il riscontro da parte della popolazione?

In questi quattro anni di esistenza abbiamo svolto diverse campagne su temi riguardanti l’autodeterminazione e i diritti delle donne. Teniamo riunioni regolari aperte a tutte le donne interessate cercando di spostarci anche nelle diverse regioni del Ticino, in modo da facilitare la partecipazione. Con la pandemia ci siamo anche attrezzate per fare riunioni e incontri online. In generale promuoviamo momenti di riflessione e di discussione, a volte anche con interventi di donne attive in altri movimenti in Svizzera o in altri paesi, manifestazioni e azioni di piazza e volantinaggi. L’idea di fondo è quella di legare la riflessione e la discussione sui temi che riguardano i diritti delle donne con l’azione concreta nelle piazze. Facciamo questo sia stimolando e organizzando direttamente le azioni, come avvenuto in occasione delle manifestazioni del’8 marzo o del 14 giugno, sia sostenendo e partecipando alle mobilitazioni che si sviluppano anche al di fuori del nostro Collettivo, come per esempio il movimento dello Sciopero per il clima o le mobilitazioni contro il razzismo o quelle contro lo sgombero del centro sociale del Molino a Lugano.

Nell’ultimo anno, malgrado la pandemia, abbiamo promosso un ciclo di incontri sulla violenza contro le donne che ha portato alla pubblicazione della nostra prima quaderna “Libere dalla violenza. Piano d’azione femminista per l’eliminazione della violenza sulle donne”. La stesura di questo manifesto è avvenuta attraverso una seria e approfondita discussione che ha coinvolto molte donne e, attorno a questo piano d’azione femminista, vogliamo poi costruire una serie di iniziative per portare avanti le nostre rivendicazioni, per rafforzare i servizi di aiuto e di sostegno alle vittime di violenza e combattere contro un fenomeno che ogni anno colpisce moltissime donne.

L’intento è quello di coinvolgere il maggior numero di donne possibili nelle discussioni e nelle azioni che facciamo. In questi quattro anni sono moltissime le donne che hanno partecipato a una o a molte delle nostre attività e possiamo dire di essere diventate un punto di riferimento in Ticino per quella corrente del femminismo che definiamo transezionale, cioè anticapitalista, antirazzista e ecologista.


In quali ambiti, in Svizzera, non esiste ancora una parità tra donne e uomini e quali, tra questi ambiti, sono quelli in cui ad oggi persistono maggiori disparità?

Le disparità sono un problema strutturale legato alla cultura patriarcale che pervade tutti gli aspetti della società, anche se la parità formale e giuridica è stata raggiunta in Svizzera ormai da decenni. Per tale motivo appare più adeguato parlare di ambiti dove le disparità sono più o meno evidenti.

Tra le disparità più palesi vi è la discriminazione salariale - il cui divario con la pandemia covid è purtroppo accresciuto -, la mancanza di una vera condivisione dei compiti di cura all’interno della coppia, le scelte famigliari che penalizzano la carriera e la previdenza professionale delle donne, le rendite pensionistiche basse, la povertà e la violenza. In tali ambiti sono presenti delle disparità evidenti a svantaggio delle donne che possono facilmente essere verificate attraverso le statistiche.

Parallelamente vi sono però forme di discriminazione e disparità meno evidenti, di cui magari non ci si accorge nemmeno oppure che risultano all’apparenza meno importanti. Per esempio, la lingua con cui ci esprimiamo è una lingua androcentrica, che pone il maschile come soggetto universale, escludendo o nascondendo il femminile. Nelle scuole i programmi scolastici trattano le figure femminili come eccezionali e avulse da un discorso più generale. Le scelte formative di ragazzi e ragazze ricalcano i modelli arcaici di cui vengono nutriti sin dall’infanzia, con il risultato che nei settori legati alla tecnica e alle scienze troviamo ancora poche ragazze. La ricerca medica non tiene ancora adeguatamente conto delle specificità del corpo femminile tanto da avere maggiori difficoltà nelle diagnosi e nell’identificare cure adeguate, ecc.

Per ridurre ed eliminare le disparità è quindi necessario affrontare il problema sotto più punti di vista, considerando che il cambiamento deve avvenire sul piano economico, sociale e culturale.


Quali sono, a vostro parere, i motivi per cui purtroppo ancora oggi in Svizzera, a distanza di anni dalle prime battaglie femministe e con delle leggi che dovrebbero garantire una parità effettiva tra uomini e donne, sussistono queste disuguaglianze? Da dove vengono le maggiori resistenze a una società più equa?

In questi anni le mobilitazioni delle donne hanno permesso di ottenere grandi passi avanti e importanti diritti. Diritti che sono stati conquistati dalle donne e non sono stati regalati da nessuno. Per questo siamo convinte che la strada maestra per ottenere un cambiamento rimanga quella della mobilitazione e dell’azione collettiva.


Forse più che di resistenza sarebbe corretto parlare di un modo di agire e pensare strutturalmente connesso al nostro sistema economico, politico e culturale. L’economia capitalistica si basa sullo sfruttamento della forza lavoratrice degli uomini e soprattutto delle donne. In questo contesto il lavoro non pagato o sottopagato delle donne nella cura è funzionale al mantenimento di tale modello di sviluppo. Se la società dovesse retribuire in modo equo questo lavoro non potrebbe più sussistere. Scardinare questo meccanismo è molto complesso e possibile solo considerando il superamento del sistema economico capitalista. Una delle difficoltà sta anche nel fatto che queste forme di sfruttamento sono molto sottili e difficili da riconoscere perché sono le strutture sociali che ci condizionano sin dalla prima infanzia, quindi oltre ad una dimensione economica ve ne è anche una culturale e relazionale, che modella il nostro modo di comportarci in quanto donne nei confronti degli altri.


Ci sono delle attiviste, dei movimenti e dei testi che vi hanno ispirato e che vi hanno spinto a impegnarvi attivamente in queste lotte?

Ogni donna del Collettivo proviene da esperienze diverse, sia sul piano generazionale sia su quello del cammino personale che ha portato ciascuna di noi ad avvicinarsi al femminismo. In questo senso è difficile fare una lista delle attiviste, dei movimenti e dei testi che hanno ispirato il nostro Collettivo. Di sicuro, tuttavia, il nostro è un Collettivo che vive e si nutre, oltre che all’interno, anche degli scambi con gli altri movimenti femministi: pensiamo, ad esempio, ai regolari incontri con le compagne dei collettivi per lo sciopero femminista di altri cantoni, sia romandi sia svizzeri-tedeschi. Ma, al momento della nostra creazione, la prima vera fonte d’ispirazione ci è giunta da altri paesi e movimenti, in particolare da Nonunadimeno in Italia, a sua volta ispirato alle compagne latino-americane di Niunamenos. Si tratta di movimenti femministi che hanno saputo leggere la violenza di genere come un problema non solo culturale, ma anche politico, economico e sociale e che si battono non per una illusoria parità bensì per una vera e propria sovversione del modello patriarcale e capitalistico.

Un testo che abbiamo letto tutte insieme, in una serata di formazione e discussione, è “Femminismo per il 99%. Un manifesto”, di Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser. Si tratta di una lettura di facile accesso, utile per capire questa nuova ondata femminista e per evitare le trappole di un femminismo che, per dirla con le parole di Nancy Fraser, “vuole pari opportunità per scalare le gerarchie esistenti, invece di rimetterle in questione”.


A Poestate avete portato delle letture di testi di diverse autrici. Come avete scelto testi e autrici?

Chi, fra noi, ha voluto lanciarsi in questa avventura, ha avuto modo di portare le attiviste/poetesse più amate. Difficile poter scegliere in un mondo così vasto e interessante…ma alla fine le idee erano chiare: una scrittrice ticinese era inevitabile, anche per dimostrare il lavoro che è stato fatto nel nostro cantone negli ultimi 30 anni. Per questa ragione abbiamo facilmente individuato Erika Zippilli che, a nostro modo di vedere, poteva rappresentare il popolo femminista nel mondo artistico (ma non solo) ticinese. Audre Lorde, leader del movimento a difesa delle donne negli anni ’70 e Marti Bass, con la sua prorompente poesia “Siamo marea”, sono seguite in modo molto naturale. C’era solo l’imbarazzo della scelta. Inimmaginabile la forza e la grandezza di tante attiviste femministe che hanno accompagnato, da sempre, la lotta per i diritti delle donne!

Ci ha riempito di gioia aver ricevuto, all’interno di Poestate, un prezioso riconoscimento: un premio (alla prima partecipazione) intitolato “e la lotta continua”!


Il tema della donna e dei suoi diritti è centrale per il vostro Collettivo, come suggerisce anche il suo nome, ma siete però impegnate anche in altre lotte. Quali sono gli altri temi che vi stanno più a cuore e che ritenete più urgenti?

Nel movimento femminista e nel nostro gruppo non ci occupiamo solo di questioni legate ai diritti delle donne, ma cerchiamo di affrontare tutte le tematiche che concernono il femminismo e l’attualità.

In questi anni ci siamo occupate delle disuguaglianze di genere, della violenza sulle donne, del lavoro di cura che le donne svolgono o gratuitamente nelle proprie case o in modo spesso precario e mal pagato nei servizi. Una condizione che è scarsamente riconosciuta e svalutata. Ad esempio, per sottolineare l’importanza e il valore di questo lavoro abbiamo dedicato il 14 giugno 2020 proprio a questa tematica, presentando una “fattura” dei lavori che le donne svolgono giornalmente, provando quindi a calcolare quanto effettivamente vale, in termini monetari, questo impegno.

Cerchiamo poi di prestare attenzione ad aspetti culturali come l’uso della lingua o la narrazione della violenza sulle donne nei media.

Infine, tra i temi che stanno molto a cuore al Collettivo vi sono l’ecologia e l’ambiente, problematiche che affrontiamo anche con la collaborazione con i giovani dello Sciopero del clima. Per esempio, in occasione della giornata per il clima del 25 maggio il Collettivo ha manifestato presso i Terreni della Maggia a Locarno perché i proprietari, con la connivenza delle autorità competenti, vorrebbero cambiare la loro destinazione da zona agricola a zona alberghiera.

Ci sono altre problematiche di cui il nostro gruppo e il movimento femminista si interessa come ad esempio il riconoscimento delle identità di genere e dei diritti delle persone LGBTQ+, i diritti delle donne migranti, la medicina di genere, il diritto alla salute, l’educazione al genere, …


Quali pensate che siano, oggi, le forme più efficaci per portare avanti questi discorsi?

Il nostro Collettivo crede essenzialmente nella partecipazione delle donne all’elaborazione delle rivendicazioni e alla decisione su come intraprendere le varie battaglie. In questi ultimi anni i movimenti di contestazione e di mobilitazione più importanti a livello internazionale e nazionale sono stati i movimenti femministi e organizzati da donne attorno a tematiche quali la violenza, la negazione dell’autonomia e l’autodeterminazione. Pensiamo per esempio al movimento che ha seguito l’elezione di Trump in America, alle mobilitazioni contro Bolsonaro in Brasile, ai movimenti di sciopero in Argentina e in Spagna, al gruppo Nonunadimeno in Italia, alle mobilitazioni in Polonia per il diritto all’aborto e anche in Svizzera attorno allo sciopero femminista del 14 giugno e oggi alla questione della riforma dell’AVS21.

Queste mobilitazioni femministe hanno dinamiche, contenuti e modalità di azione proprie, ma anche alcune caratteristiche simili. Innanzitutto si tratta gruppi che nascono dal basso, organizzati dalle donne, spesso giovani donne, che rifiutano il principio della delega alle organizzazioni sindacali o alle donne rappresentate nelle istituzioni. Si tratta spesso poi di movimenti che nascono su rivendicazioni particolari o a seguito di episodi singoli, ma che rapidamente allargano l’orizzonte della mobilitazione e si politicizzano. Sono movimenti che, pur praticando l’auto organizzazione, riescono a mantenere un livello di mobilitazione e di impegno sul lungo periodo. Si tratta poi di realtà che sanno essere molto ben presenti nei media e in particolare sui social, ma che occupano anche la scena politica pubblica con manifestazioni, iniziative di lotta e assemblee, mostrando una forza e una determinazione importante.

Come possiamo spiegarci questa dinamica? Da una parte questa rabbia nasce da un attacco sistematico e generalizzato ai diritti delle donne: i governi di tutto il mondo portano avanti politiche di negazione dei diritti economici, sociali e civili delle donne e hanno reso legittimi discorsi maschilisti e omofobi. La crisi sanitaria dell’ultimo anno e mezzo ha accentuato questa dinamica, le donne sono quelle che hanno pagato maggiormente il prezzo della crisi (hanno lavorato nei settori essenziali rimasti sempre aperti, hanno subito un sovraccarico di lavoro dovendo gestire il lavoro di cura e il telelavoro e sono state in prima linea nell’assistenza ai malati o alle persone più vulnerabili) e ancora oggi le politiche per la “ripartenza” si basano spesso su un attacco sistematico ai diritti delle donne (pensioni, licenziamenti, precarizzazione del lavoro, negazione dei diritti civili, ecc.). In questo contesto il movimento femminista tradizionale o “istituzionale” ha mostrato apertamente la sua debolezza e inutilità. Anni di politiche per le pari opportunità e per una migliore rappresentanza delle donne in politica o nei luoghi del potere non hanno prodotto risultati o portato a miglioramenti significativi delle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza delle donne. L’esigenza e la necessità di un femminismo radicale che rimetta in discussione i meccanismi stessi del sistema capitalistico e patriarcale è oggi più attuale che mai. Il nostro Collettivo si inserisce in questa dinamica portando avanti un femminismo che si basa sull’autoorganizzazione delle lotte e su un'intersezione tra la lotta al patriarcato e la lotta al sistema capitalista.


In quali modi, nel nostro quotidiano e personalmente, possiamo agire per far sì che lo sguardo della società sulle donne cambi e che l’impronta patriarcale della nostra società venga meno?

C’è molto lavoro da fare, ma tutte e tutti noi possiamo fare molte cose per realizzare il cambiamento!

Un primo aspetto cruciale è l’educazione: al rispetto, alla libertà e all’autodeterminazione.

La società patriarcale pone dei limiti alla libertà delle donne senza che vi sia una giustificazione o una motivazione sensata.

Non bisognerebbe dire alle ragazze che gli sport violenti e le materie scientifiche non sono adatti a loro e ai ragazzi che la danza è per le donne così come le professioni di cura e insegnamento. Nessuno dovrebbe far credere che vi sono attitudini naturalmente femminili o maschili, sostenendo magari che le giovani sono comprensive e devono essere belle, mentre i giovani sono forti e coraggiosi. Non bisognerebbe nemmeno imporre alle donne di avere figli e agli uomini di fare carriera. Questi esempi di stereotipi sono obsoleti e ci hanno stancate. Si dovrebbero promuovere libri, film e altri documenti con un contenuto positivo sulle donne e sulla parità di genere, in cui le donne, come avviene nella realtà, fanno di tutto e non hanno paura e anche gli uomini a volte sbagliano e sono fragili.


In generale bisognerebbe imparare a non giudicare le altre persone, permettendo loro di essere come vogliono e come si sentono, così come noi vogliamo vivere il più possibile senza imposizioni. Quindi basta con gli insulti che si riferiscono a comportamenti sessuali veri o immaginati, così come quelli che riguardano il corpo e l’aspetto fisico. Il modello patriarcale in cui viviamo ci espone costantemente a modelli femminili sessualizzati, nelle pubblicità ci sono spesso donne magre e con fisici perfetti, in pose sensuali ed abiti succinti. Ma la realtà è ben diversa e più variegata di quello che ci viene mostrato. Dobbiamo imparare ad accettare tutti i corpi con le loro unicità e specificità e mettere l'accento su quello che c'è di positivo, ricordare sempre che in una persona c'è molto di più dell'aspetto fisico. È giunto il momento di opporci al sistema patriarcale in cui siamo cresciute e vissute per molti anni, è ora di far sentire la nostra voce e ribellarci a tutto ciò che non ci piace e ci penalizza. Siamo spesso state educate ad essere docili e ad accontentare tutti, a essere sottomesse e gentili. Questa forma mentale deve cambiare per permetterci di esprimerci e farci valere senza paura. È ora di rispondere quando riceviamo dei commenti o complimenti sessisti e non apprezzati. Eventualmente, se si ha voglia e tempo, spiegare che il commento non è gradito e perché, in modo che chi l’ha proferito capisca il motivo dell’errore del suo comportamento (anche gli uomini sono cresciuti e vivono in un modello patriarcale, quindi spesso si sentono legittimati e invitati a esprimere qualsiasi loro opinione anche se nessuno gliel’ha chiesta).

Bisogna abituarsi a usare le parole corrette, declinate al femminile, per definire persone specifiche e professioniste, ad es. avvocata, architetta, sindaca. In questo modo si contribuisce a cambiare la mentalità delle persone, rendendo normali delle parole che magari all’inizio suonano strane, ma che dimostrano che i tempi sono cambiati, che ormai le donne svolgono tutte le professioni e le funzioni all’interno della società. La lingua cambia con l'evolvere della realtà in cui viviamo.

Le allieve e gli allievi, i genitori e le insegnanti e gli insegnanti potrebbero fare pressioni e pretendere che nelle scuole si studino anche le figure femminili che sono state importanti nelle varie materie (scrittrici, pittrici, scienziate, filosofe, ecc.).

Tutte le donne che convivono, che sono sposate o che dividono la casa con un uomo dovrebbero pretendere una equa suddivisione dei compiti domestici e di gestione della casa e della eventuale famiglia. Chi è genitore dovrebbe educare la propria prole all’uguaglianza in tutte le sfaccettature della vita, anche nell’aiuto in casa (facendo svolgere le stesse mansioni a tutti, indipendentemente dal genere) e nelle regole da seguire (uscite, orari di rientro, abbigliamento, eccetera). Anche le zie, gli zii, le nonne e i nonni, tutte le figure che ruotano attorno alla famiglia sono invitate a dare il buon esempio. Queste sono solo alcune semplici idee che ognuna e ognuno di noi può iniziare a mettere in pratica, per fortuna sono come le ciliegie: una tira l'altra!


Siete ottimiste rispetto al futuro? Vi sembra che qualcosa stia cambiando?

Ottimiste? Diciamo che vogliamo continuare a credere che un mondo migliore, privo di discriminazioni, violenza, sessismo e sfruttamento, sia ancora possibile. Ma soprattutto sia necessario. Le prospettive future sono chiaroscure: da un lato è innegabile che negli ultimi anni vi sia stata, in tantissimi paesi del mondo, una vera e propria rinascita del femminismo. Nelle piazze e nelle strade di mezzo mondo milioni di donne hanno urlato con forza le loro rivendicazioni, ottenendo anche talvolta alcuni insperati risultati, come la legge sulla legalizzazione dell’aborto in Argentina o quella sullo stupro in Spagna. A livello internazionale il nuovo movimento femminista ha probabilmente rappresentato la più imponente mobilitazione sociale degli ultimi decenni, una mobilitazione che ha il suo cuore pulsante in Spagna e in America Latina, ma che sa parlare un linguaggio universale, capace di attraversare rapidamente ogni confine. Un esempio molto potente di tutto ciò è senz’altro costituito dalla flashmob “El violador”, creata dal collettivo femminista cileno “Las Tesis”, che è stato ripreso e riproposto dai collettivi femministi di numerosi altri paesi.

Di fronte a tale impressionante emergere di mobilitazioni femministe, la reazione non si è però fatta attendere: osserviamo infatti con crescente preoccupazione l’affermarsi di un’ideologia profondamente misogina ed anti-femminista, che minaccia non solo di porre un freno alle nuove rivendicazioni, ma anche di rimettere in discussione alcune delle conquiste date per acquisite. Il diritto all’aborto, per esempio, è messo sempre più sotto attacco ed in generale ci sembra di assistere a un ritorno in auge di discorsi che mirano a riaffermare un controllo patriarcale sul corpo e sull’autodeterminazione delle donne. Inoltre molte delle istanze femministe, all’occorrenza, sono strumentalizzate da schieramenti di destra o estrema destra per portare avanti discorsi populisti, semplicemente perché oggi nessuno affermerebbe pubblicamente di essere maschilista.

Per ora in Svizzera questo tipo di attacchi resta ancora marginale e sembra anzi che sul piano delle mentalità in pochi anni sia avvenuto quasi un “salto” in avanti in un’ampia fetta della popolazione. Il recente dibattito sulla riforma del diritto penale per i reati di natura sessuale ne è un ottimo esempio: la proposta retrograda e sessista messa in consultazione ha suscitato un’ondata di critiche, reazioni e manifestazioni che sarebbero state semplicemente inimmaginabili prima dello sciopero femminista del 2019. Al tempo stesso, se forse qualcosa sta cambiando a livello di mentalità e possiamo con un filo di ottimismo ben sperare per quel che riguarda alcuni passi avanti sul piano legislativo e dei diritti formali, dove la situazione diventa sempre più preoccupante è invece sul fronte delle discriminazioni di natura economica. I continui tentativi di innalzare l’età di pensionamento delle donne, la crescente disoccupazione femminile (in Ticino la quasi totalità dei posti di lavoro persi nell’ultimo periodo sono posti di lavoro occupati da donne), l’aumento recente della già ampia disparità salariale, ecc., sono la riprova che la lotta è ancora lunga e che molte conquiste devono ancora essere difese con forza.

Ciò che ci ridà speranza e fiducia è però il sincero interesse, l’entusiasmo e la voglia di lottare che osserviamo in un numero sempre maggiore di giovani e giovanissime donne. Ragazze per cui il diritto all’autodeterminazione rispetto al proprio corpo, alla proprio sessualità e alla propria vita è qualcosa che non può e non deve essere messo in discussione e che non esitano a partecipare con impegno e combattività alle nostre azioni.


Quali progetti avete in serbo come Collettivo per il futuro?

Come ben sappiamo l’universo femminista si presenta assai variegato e pieno di sfaccettature. Si può ben dire che ogni aspetto della vita - sociale relazionale, culturale, familiare, climatico, lavorativo e della salute, ecc., ecc.- è pervaso dal femminismo.

In questo periodo il Collettivo si sta impegnando nella campagna contro l’ennesima proposta di innalzare l’età di pensionamento delle donne. Una riforma inaccettabile che nel nome di una presunta necessità di risanare le casse dell’AVS fa pagare un prezzo molto alto alle donne.

Ci battiamo e ci batteremo contro questa riforma perché è ingiusta e iniqua. L’uguaglianza non esiste nel mondo del lavoro e all’interno della famiglia. Non solo i mestieri femminili hanno salari più bassi rispetto a quelli maschili, ma le donne sono molto spesso obbligate a lavorare a tempo parziale per conciliare tutti gli impegni. Le donne sono impiegate in maggioranza nei lavori indispensabili al funzionamento della società e dell’economia, inoltre si assumono il 70% del lavoro domestico ed educativo non retribuito. Quando arrivano alla pensione, hanno diritto mediamente a rendite inferiori del 37% rispetto a quelle degli uomini. Allora perché invocare l’uguaglianza per giustificare di farle lavorare un anno in più? Sappiamo poi che una volta spianata la strada ai 65 anni per le donne arriveranno (e sono già arrivate) proposte per alzare l’età pensionabile di tutti e tutte.

Inoltre in questo periodo storico così incerto e caotico, vogliamo continuare a parlare delle violenze sulle donne, affrontando in particolare le diverse rappresentazioni e vissuti del/sul corpo delle donne. Abbiamo intenzione di promuovere una serie di incontri per riflettere su come il nostro corpo, nelle diverse fasi della vita (dall’infanzia all’anzianità) diventa strumento e oggetto di controllo sulle nostre vite ma può anche diventare soggetto di lotte collettive. L’obiettivo di questi incontri sarà quello di promuovere una riflessione collettiva e dare vita alla nostra seconda Quaderna.

La nostra lotta non si fermerà però nelle sale in cui si discute e dibatte. Il Collettivo si è impegnato e continuerà ad impegnarsi per traslare i contenuti condivisi in mobilitazione e pratiche che contrastano l’isolamento , i soprusi e le cattive condotte, appunto, del bieco patriarcato. Tutto ciò che riusciremo a realizzare (non importa la quantità ma la qualità nel rispetto dei nostri tempi), dovrà essere patrimonio e bene collettivo per tutte noi.