Ciao Povery!

di Alessia Di Laurenza


"Ciao Povery", è uno degli slogan di una pubblicità, apparsa sui cartelloni di Roma, che da ieri sta rimbalzando per tutta la rete scuotendo gli animi di parecchie persone. “Solo per chi ha domestici”, è un’altra delle frasi ad effetto usata per la campagna dell’ agenzia immobiliare colpevole di questi ultimi malumori. Sono molte le colpe di cui l’azienda viene tacciata, e ci tengo ad essere precisa citandole direttamente tra i commenti: “Ciao cogliony”, “Sono veramente tristi”, “è classista”, “Oltraggiosi e immorali”.

Tante persone ritengono che non abbiano avuto tatto viste le numerose persone che si trovano nella condizione di non permettersi non dico una casa di lusso, ma neanche una casa. Altri ancora pensano che sia poco elegante fare distinzioni tra ricchi e poveri, altri ancora ritengono offensiva la parola “domestici”. L’agenzia immobiliare si è difesa spiegando che la campagna non voleva essere offensiva ma voleva semplicemente richiamare l’attenzione di chi vuole vendere o comprare delle case di pregio nelle zone centrali di Roma e aggiunge, e qui è d’obbligo la citazione precisa: “Ciao Povery non è ciao poveri, è chiaramente ironico, altrimenti non c’era la Y”.

Ribattere a una pubblica gogna mettendo l’accento sulla questione “i” e “y” è come difendersi dall’assalto dell’esercito persiano, da soli, brandendo un gambo di sedano. Apprezzo assolutamente l’ingenuità e la leggerezza.

Non desidero commentare ulteriormente chi ha voluto farsi pubblicità mettendo tre cartelli a Roma Nord, cartelli di una banalità estrema che potrei graficamente progettare pure io: scritta tipo Times new Roman, nera su sfondo giallo e logo della ditta; ma che poi ha visto il proprio nome sulle principali testate giornalistiche della rete. Un successo in piena regola, poca spesa e tanta resa, novantadue minuti di applausi per l’obiettivo raggiunto.

Tutto normalissimo insomma, quello che trovo invece interessante è la reazione indignata.

Credo sia sotto gli occhi di tutti, e se non solo negli occhi, direttamente sulla pelle di tutti, che si possano dividere le persone in almeno due gruppi: i ricchi e i poveri. Esattamente come si potrebbero dividere le persone tra le persone alte e le persone basse, le persone introverse e quelle estroverse, quelle che hanno un animale domestico e quelle che non ce l’hanno. Il fatto che esista una differenza non gli attribuisce anche una differenza di valore e di valori, non automaticamente. Ci sono però delle differenze pratiche inevitabili e ineluttabili: il ricco potrà accedere a cose e situazioni che difficilmente saranno avvicinabili al povero.

Mi fermo un momento e penso di aver scritto una banalità, una cosa talmente palese che è inesorabile riflettere ancora e chiedermi cosa possa portare le persone a voler negare una realtà.

Poi penso a Instagram, a Facebook, a quei social d’immagini e d’immagine in cui, oltre a voler mostrarci perennemente felici, amati e amorevoli, spesso ci spinge anche a mostrarci più ricchi di quello che siamo. Faccio la foto accanto al Ferrari parcheggiato, posto la foto nel locale di tendenza ovviamente senza omettere di taggare il suddetto, registro la colazione a buffet con tutta quell’abbondanza (e magari ometto che mi sono infilata due panini nella borsa del mare e che ci farò pranzo). Sciocchezze, piccolezze, ingenuità, sembrerebbe, ma scorrendo il nostro profilo potremmo essere autoingannati di essere più abbienti di quello che siamo, che ci sia meno differenza tra noi e quell’influencer che seguiamo sui social. Poi arriva una stupida pubblicità che mi ricorda che l’attico di lusso ai Parioli (ma potete liberamente sostituire con il quartiere ricco della vostra città) non me lo posso permettere anche se ho fatto una vacanza di dieci giorni in Sardegna.

Suppongo possa essere questo il sentimento che porti a una negazione di questa entità. E quando parlo di negazione, intendo esattamente quel meccanismo di difesa che per evitare una sofferenza psichica cancella inconsciamente una realtà fattuale. Ché non penso dovesse arrivare un cartellone a rivelarci che ci sia una differenza tra ricchi e poveri, che difficilmente un povero possa permettersi una villa in piscina e che invece i ricchi se ne possano permettere anche più di una.

Viviamo in una società in cui ci raccontano l’ascesa, dalla povertà alla ricchezza, con il solo supporto della propria volontà e del proprio ingegno. È vero, è possibile, lo sappiamo, ne abbiamo avuto le prove. Eppure sappiamo anche quanto sia anche assolutamente più probabile che un ricco rimanga ricco e un povero rimanga povero, anche al di là della propria volontà e del proprio ingegno, è semplicemente una questione di possibilità. Non mi soffermo molto su questo perché è un argomento complesso da affrontare e mi dilungherei troppo, ma serve da base per sottolineare questo velo taciuto di colpa che accompagna l’essere poveri, per farla breve “se sei povero è perché non ti sei impegnato abbastanza e/o non sei abbastanza abile.”

E allora ecco un altro motivo per fuggire la realtà, per negarla: perché fa male pensare, non solo che non ho e forse non avrò mai accesso alle tante cose e situazioni alle quali i ricchi hanno accesso ma che è pure colpa mia.

Servirebbe forse fermarsi un momento e lasciarsi snebbiare da social, televisione e pubblicità, abbassare il volume, tornare in connessione con quello che è davvero importante per noi, quelle cose obsolete ma fondamentali che sono i valori e allora sarà un po’ più chiaro che sì, esiste una differenza tra ricchi e poveri, ma che in fondo non ha sempre tutta questa importanza.

Non vuole essere un messaggio retorico ma se è vero quello che diceva Marilyn Monroe che “se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone del Metrò” è anche vero che stai comunque piangendo. E ricordo anche che Marilyn Monroe, ricca, morì suicida.