Buen Camino: alla scoperta del cammino di Santiago

Aggiornato il: ott 15

di Alessia Di Laurenza


Il cammino di Santiago storicamente altro non era che il percorso seguito dai pellegrini per visitare la tomba di San Giacomo nel paese che prende il suo nome: Santiago de Compostela.


I cammini quindi erano e sono tuttora molteplici a dipendenza del luogo di partenza del pellegrino che iniziava il viaggio. Il percorso più famoso e più battuto è il cammino francese che parte dal versante francese dei Pirenei e termina a Finisterre o a Muxia in Spagna, ovviamente con una sosta a Santiago.


Nel 1993 il Cammino francese viene proclamato “Primo Itinerario Culturale d’Europa” e diviene Patrimonio Culturale dell’Umanità.


Ad oggi si stima siano centomila i pellegrini che ogni anno intraprendono questo percorso e se prima il Cammino aveva prevalentemente un significato religioso ora i motivi che spingono a camminare sono molteplici.


Quando ho cominciato ad informarmi sul Cammino ho dovuto prendere confidenza con alcuni termini che mi erano sconosciuti ma che si sarebbero rivelati fondamentali per il mio viaggio, ne elenco alcuni:


Credencial: E’ una sorta di passaporto del Pellegrino, è il documento che attesta il passaggio nelle diverse tappe e dà diritto alla sosta negli albergue. Si può richiedere nel Paese di provenienza o acquistarlo direttamente sul Cammino. E’ uso comune timbrarlo in ogni luogo in cui ci si ferma.


Sello: E’ il timbro che si mette sulla credencial per attestare il proprio passaggio, partendo da Sarria ( che dista 110 km da Santiago ) bisogna avere almeno due timbri al giorno sulla propria credencial per avere diritto alla Compostela.


Compostela: E’ una pergamena che testimonia il pellegrinaggio. In Spagna è motivo di vanto nel proprio curriculum, per questo motivo gruppi di ragazzi nelle proprie vacanze estive percorrono gli ultimi 110 km.

Ha un valore religioso ma per molti è semplicemente un ricordo materiale del percorso fatto.


Albergue: Sono gli hotel dei pellegrini, anche se ostello è l’immagine che più si avvicina al concetto. E’ composto da grandi camerate con innumerevoli letti che il più delle volte sono a castello. Le camerate possono ospitare dalle dieci fino alle quaranta persone. Solitamente negli albergue c’è anche la cucina, il refettorio, i bagni, le docce, la reception e la lavanderia. Gli albergue possono essere comunali o privati e il loro costo varia dal donativo ( offerta libera ), ai 5/6 euro dei comunali ai 12 euro dei privati.


Ma queste sono solo parole e storia, vivere il cammino è tutt’altra cosa e finché non percorri quelle strade, finché non respiri quell’aria nella solitudine di quelle terre, finché non indossi le vesti del pellegrino, non riuscirai mai ad immaginartene il valore e la trasformazione che riesce a compiere.


Giorno 0

Sono partita da Torino con tutte le mie ansie, uno zaino grande che mi ingombra ma mi ingombrano di più i pensieri e le paure. Sarò dieci giorni da sola, con la mia fatica, con la mia testa con la quale troppo spesso non vado d’accordo.


Con l’angoscia nella pancia ho preso l’aereo, ho fatto scalo a Madrid, sono ripartita e arrivata a Santiago, con un pullman ho raggiunto la stazione degli autobus e lì sono rimasta un po’ di ore per raggiungere il mio vero luogo di partenza. La stazione era brutta e spoglia, c’era un cielo grigio che poi è strabordato e ha piovuto veramente tanto. Non mi piaceva nulla lì e la cosa mi ha spaventata perché dovrebbe essere il mio grande arrivo ma qui sembra tutto degradato e triste. Ho respirato, ho cercato di lasciare andare le aspettative, di rimanere nel qui e ora. Ho conosciuto un amico brasiliano partito dalla Francia trenta giorni fa. Dice che andrà tutto bene, dice di stare calma e meditare. Sorride di un sorriso rilassato e sereno, come di chi ha fatto tutti i compiti e ora può riposare. Mi dà tanti consigli, mi mostra la sua credencial piena di timbri, mi fa vedere la mappa ma io non capisco niente, penso solo che sia molto bello che si prenda a cuore questa sconosciuta. Non sono ancora arrivata a destinazione, fa freddo ma ho visto un tramonto magnifico che le parole non possono restituire.



Giorno 1

Sono arrivata a Villafranca del Bierzo all’una di notte, una settimana fa avevo chiamato un Albergue della zona per avvisarli del mio arrivo, giusto per essere certa di avere un posto dove dormire, mi avevano assicurato che sì, potevo andare, nessun problema. Ho bussato e non mi hanno aperto. Faceva freddo, mi sono infilata la mantellina, ho cercato di non arrendermi alla disperazione, aggrappata a quella porta di legno così maledettamente chiusa. Ho cominciato a camminare cercando un altro albergue aperto, ho suonato a due ma erano entrambi pieni. Mi avvista la polizia, mi carica e mi aiuta a cercare una sistemazione. La troviamo a Pereje. Ho sempre creduto alla bontà degli sconosciuti e anche questa volta non mi sono sbagliata. Dormo vestita e dormo male in questa grande camerata piena di gente. Mi sveglio alle sette e finalmente comincia il mio cammino. Piove ma si va avanti. Inizio a riconoscere le facce degli altri pellegrini, ci passiamo, ci ritroviamo.


A quanto pare dicono io sia entrata in Galizia, dove fossi prima non lo so ma fa fine e non impegna. Mi faccio scattare una foto da un tedesco davanti al sasso che delimita il confine tra le due regioni spagnole. Io e lui abbiamo fatto un pezzo del cammino insieme poi lui si è fermato, furbamente, prima e io ho continuato a trascinarmi. Pensavo che le mie relazioni dovrebbero essere così: facciamo un pezzo insieme poi tu ti fermi o mi fermo io, così, perché ce la sentiamo così, ci salutiamo consci che potremmo rivederci come no, senza risentimenti, ansie, lutti. Godiamo del tempo trascorso e prospettiamo del tempo con altre persone, o magari da soli con il male al ginocchio a cantare nella nebbia. O forse trentaquattro km sono troppi e mi devo riposare.



Giorno 2 Ho camminato quasi nella più completa solitudine. Il sole si è visto pochissimo ma si è visto, breve ma intenso. Sarei dovuta fermarmi a Samos invece la mia testa di cazzo mi ha spinta oltre “dai ancora cinque chilometri riesco” peccato che non c’era traccia di un albergue e così i km sono diventati tipo dieci o più e sono stati chilometri al massacro. Ho le prime bende ai piedi che mi rendono un po’ più pellegrina ma più di tutte a rendermi pellegrina è quella elegante camminata da Walking Dead. Oggi mi sono resa conto che nel cammino quando vedi in lontananza un bivio e ti chiedi in quale direzione dovrai mai andare c’è subito una bella freccia gialla a suggerirtelo, succede lo stesso quando stai camminando da sola in un cunicolo pieno di fango e ti chiedi se non hai sbagliato strada ed ecco che “puff” compare la freccia a rassicurarti che no, non hai sbagliato e sì, gli spagnoli sono sadici. Succede un po’ come nella mia vita, quando non so dove andare o penso di andare nella direzione sbagliata, ecco che compare stograncazzo! No, non funziona così, nessuna freccia, si prende la strada sbagliata, ci si perde, si torna indietro, comunque si va e da qualche parte arriverò. Oggi i chilometri dovrebbero sfiorare quasi i quaranta.

Oggi è stato molto difficile, l’ultimo tratto avevo la batteria del telefono scarica, nessuna idea della distanza dalla prossima sosta, nessun pellegrino di passaggio, nessun bar, niente di niente. Ho avuto paura, ma ho continuato a camminare e quando finalmente sono arrivata all’albergue ho pianto.



Giorno 3

Ieri sera all’albergue ho fatto conoscenza. Un tipo delle Canarie e un gruppo di ciclisti di Murcia. Ecco, ora so come può funzionare il corteggiamento nel cammino: velocemente. Molto velocemente. Perché poi il mattino dopo sacco in spalla e sparisci e quindi devi sparare tutte le cartucce nel giro di ore. Dunque il nostro prode eroe canarino ha pensato bene di sciorinarmi tre quattro complimenti e balzarmi addosso.

Beh, coraggioso. Anche dato il fatto che stavo indossando i sandali coi calzini. Comunque sono cose che fanno bene all’autostima, la mia chiaramente, non quella di Canarie che ha ricevuto un rifiuto netto. Tornando al cammino, da Sarria c’è molto più movimento, questo perché molti scelgono di fare “solo” gli ultimi centodieci chilometri per avere comunque diritto alla Compostela. Continua a piovere e fa freddo, il percorso non è semplice e ho passato molte ore a testa bassa concentrata solo su dove mettessi i piedi, con la mantellina rossa della cinese davanti che mi dava il ritmo. Ho conosciuto una coppia di pensionati siciliani, una donna della Nuova Zelanda, poi gli altri non li ricordo. Ma per adesso solo vite di passaggio. Quando piove e cammini da solo in mezzo a queste distese ti trovi un po’ perso, hai così tanti pensieri… ma lasci che vengano sciacquati e portati via, torni ad essere in fretta i tuoi piedi, i sassi nel fango, non pensi niente, solo un piede dietro l’altro, meccanico, preciso, stringi i denti per il male. Oggi ho percorso venticinque, mancano meno di cento chilometri a Santiago. Ah, sto ancora scappando da Canarie!



Giorno 4 Ieri sera all’arrivo all’albergue ho incontrato un Pellegrino italiano. Sia lode, posso scambiare frasi articolate, concetti che vadano oltre il “the pen is on the table”! Chiacchieriamo, facciamo un giro del paese, andiamo a cena, chiacchieriamo. Finalmente ci presentiamo e il tipo italiano ha un’identità: Cristiano. Mi accorgo di quanto sia facile qui nel cammino dimenticare le presentazioni, come se anche solo il nostro nome sia un peso superfluo per le nostre ginocchia. Decidiamo di fare una tappa insieme e chiacchieriamo e ridiamo per il cammino. Gli racconto tutta la mia vita, un Setting terapeutico un po’ particolare, lui non si è buttato contro un tir, quindi tutto bene. Condividere alleggerisce, almeno il mio peso, mi fa bene, mi accorgo meno di quanto facciano male i piedi, quanta pendenza abbia quella salita e quanto sia bagnata la pioggia ( ve lo giuro! ). Ora sto mangiando Croquetas e sono serena, domani non so se proseguirò da sola oppure no, ma le Croquetas sono buone e calde, io ho fatto altri venticinque chilometri e Santiago è sempre più vicina. Non ho ancora raggiunto l’illuminazione ma ho pazienza, sono sicura che appena mi accenderò una sigaretta arriverà, come succede col tram.



Giorno 5 Qui ci si sveglia più o meno alle 6, colazione in albergue se la mettono a disposizione, lavaggio, bendaggio piedi, ci si veste e si parte. Oggi si scorgevano fette di azzurro e dopo giorni di pioggia mi ha aperto il cuore, è arrivato anche il sole, splendido e orgoglioso. Ne ho goduto come un bambino il primo giorno di mare, tutta un sorriso. Ho sentito quella gioia dentro, quella che ti riempie tutta e ti percorre il petto, la pancia e senti che esce dagli occhi. Mi sentivo commossa, Cristiano ha supposto fosse ghiaccio che si scioglieva. Di certo io mi sono sciolta ed è stato bello. Chiaramente è durato poco, è arrivato di nuovo il tempo di sempre: freddo e nuvole, ma per fortuna niente pioggia. La strada era piena di salite e discese a volte molto dure, a fare da cornice ai sentieri molte ortiche e menta selvatica. L’ortica in antichità si dice che venisse usata per i dolori muscolari e come direbbe Kadmon, coincidenza? Io non credo. Mangio sempre, tante torte e tante banane, tanti terribili cafe con leche che però scaldano e danno energia. Oggi ho fatto la doccia più terribile di sempre, all’aperto, si spegneva ogni dieci secondi, fa freddo, mi sono depilata le gambe con una lametta nuova e in un attimo è stato Psyco. Ecco, non fate come me, tenetevi i peli fieramente, che tengono anche caldo. Comunque la vicinanza all’arrivo mi ha fatta ripensare al mio cammino, ai miei momenti topici, ce ne sono stati, eh sì. E pensare che stavo iniziando a pensare che con me non funzionasse, che per me il cammino non sarebbe stato così rivoluzionario, che scema, che presuntuosa! E mi dispiace già che stia per finire, molto. Ho fatto ventisei km oggi, ne mancano una quarantina a Santiago.



Giorno 6 Ho di nuovo avuto la dimostrazione che le cose non arrivano quando e come te lo aspetti. Pensavo che in questo cammino guardando un’alba, un tramonto, affrontando una salita avrei trovato le risposte alle mie domande. In realtà ho capito che non erano le risposte quelle che volevo, ma avevo bisogno di farmi le giuste domande. La prima, quella che devo stringere e ricordare ogni momento è: “mi rende serena?”, se vado nella direzione di ciò che mi fa bene, che mi cura nell’anima, allora sto andando nella direzione giusta e ho trovato la mia freccia gialla. Arrivata all’albergue ho letto un piccolo opuscolo preso in un bar del cammino, si intitola “cinque simboli del cammino”: la freccia gialla, lo zainetto, i cerotti, il bastone e la conchiglia. Bellissimo, illuminante, commovente. Ci sarebbero molte cose da dire a proposito delle riflessioni che mi ha fatto nascere quel libricino ma parto da uno: lo zainetto. Ho scelto con cura cosa portare, è l’unica cosa su cui mi ero informata prima della partenza. Sotto i sette chili o giù di lì, un successo! È una delle cose che la vita, mio malgrado mi ha insegnato, camminare leggera, forse perché se mi portassi davvero tutto quel peso addosso resterei schiacciata, immobile. Cerco di farlo sempre, scegliere l’essenziale, non è semplice, gli ornamenti intrigano, ti ci invischi, ma confondono. Ho ancora altre cose da togliere dallo zaino, ora non riesco, ho paura probabilmente. Ma sono sicura che arriverà il momento in cui le vesciche derivanti da questo peso mi faranno così male che non avrò più paura di lasciarlo ma sarà una liberazione. Oggi tappa più tranquilla perché siamo in dirittura d’arrivo, forse per questo ho modo di pensare così tanto. Domani se tutto va bene arriverò a Santiago, non mi sembra vero. Oggi ventidue chilometri, sono a O Pedrouzo ( o Arca? ), mancano venti chilometri.



Giorno 7 Sono arrivata alla Cattedrale di Santiago. Sto facendo molta fatica a scrivere perché sto piangendo di commozione. Mi hanno chiesto che cosa ho trovato io, che cosa sia cambiato con questo viaggio. Rispondere è complicato perché le emozioni sono complicate e descriverle, non so, non penso di esserne in grado. Voglio però provare a descrivere quello che c’è in questo piazzale. Ci sono tante persone, sorridono di un sorriso bellissimo e pieno di vita, molti si inginocchiano, altri si sdraiano e guardano la cattedrale, qualcuno piange, qualcuno si fa i selfie, molti molti si abbracciano. Si abbracciano coppie, padri e figli, amici partiti insieme e poi ci sono quelli che abbracciano il compagno di cammino, quello che non conoscevano, che non credevano di trovare, magari di un altro Paese, di un’altra cultura. Ma ogni abbraccio è di una così incantevole bellezza che non puoi rimanere indifferente. Ognuno ha percorso il cammino per i più disparati motivi ma l’arrivo ha quel profumo di gioia e vittoria che accomuna tutti. Qui si lasciano pesi, sogni, promesse. Qui rivedi il calcio in culo che ti ha spinto a partire, vedi i piedi e le gambe che fanno male, la pioggia che entra nelle ossa, la puzza di uomo negli albergue, le levatacce alle sei del mattino, le cene comunitarie, infilarsi nel sacco a pelo quando fuori è ancora chiaro, il sasso che dice che mancano ancora dieci chilometri. E sorridi in questa piazza, sorridi, sorridi, sorridi! Io non so cosa sia Dio ma qui c’è. Grazie grazie grazie a chi mi ha spinta a fare questo viaggio, a chi mi ha supportato da lontano, a tutti i Pellegrini che quando mi trascinavo mi hanno chiesto se era tutto ok, a chi ha percorso un pezzo del cammino con me, a chi mi ha scritto messaggi bellissimi. Grazie.



Giorno 8 Pensavate fosse finita? Anch’io, ma non è così! Ho finito il cammino in anticipo ma non posso fermarmi, quindi continuo. Stamattina sono partita da Santiago direzione Muxia in pullman, non sapevo se mi sarei fermata qui o se mi sarei messa subito in cammino direzione Finisterre. Non ho forzato la decisione. Sono scesa dal bus con l’unica intenzione di fare colazione perché non avevo fatto in tempo. Incontro questo tipo e dopo due parole, che dovevano essere qualcosa del genere “colazione qui?” Ci sediamo a tavola a mangiare e chiacchierare. Lui è messicano. Mi dice che gli hanno consigliato Muxia, che è più spirituale e meno turistica di Finisterre. Mi dice anche di rimanere, godermi la giornata, posso partire domani. Ok! Cerchiamo un albergue, conosciamo un ragazzo ucraino. Andiamo a vedere il santuario tutti e tre insieme. Guardiamo l’oceano, e forse lui guarda noi. Sembriamo amici da sempre. Propongo di fare il bagno nell’oceano, ci sono 16 gradi, ma loro mi dicono di sì. Quindi, così, facciamo il bagno e urliamo al cielo perché fa freddissimo e urlare libera i polmoni e l’anima e il cuore e perché veniamo tutti da Santiago e di roba dentro ne abbiamo tanta da strabordare. Ora siamo in albergue, parliamo con una coppia belga, un ragazzo austriaco e una ragazza tedesca. Non vedo l’ora di rimettermi in cammino ma stare qui e starci adesso in questo modo è sensazionale. Ah, non avevo mai visto l’Oceano, è una figata!!!



Giorno 9 Sveglia alle sei, colazione con the e torta alle noci. Cerotti ai piedi messi, scarpe allacciate, zaino regolato, chiudi qui, tira lì e mi sento un supereroe che indossa il suo costume. Il messicano ha deciso di venire con me. Ci troviamo quasi subito a camminare lungo la costa, con calma, parliamo tantissimo ( strano, non si fa mai nel cammino ). I paesaggi sono magici, tutti i paesaggi visti fino ad ora non valgono questi. Condividiamo in modo spontaneo in mezzo a questa bellezza, salta fuori un mio dubbio che in fondo ho già risolto: buttarmi o non buttarmi in qualcosa che mi danneggerà. La risposta è semplice, direte voi, ma per me non lo è. Decido oggi che no, questa volta scelgo di preservarmi. Scrivo un messaggio e lo invio. Rodolfo festeggia, dice che è fiero di me e spunta il sole. Invio il messaggio, ci abbracciamo e i raggi spuntano fuori prepotenti e maestosi. Ad un certo punto mi dice che questo è il mio ultimo cammino e ci devo arrivare da sola. Mi dice “ci troviamo in albergue” e se ne va. Rimango come un’idiota per un po’ ma poi capisco e accetto e trovo abbia anche un senso. Cammino sotto il sole che rimane ed è la prima volta che capita per più di cinque minuti. Incrocio il ragazzo cinese della mia prima sera in cammino, ci abbracciamo, lui scatta un selfie di noi con la scogliera dietro e se ne va anche lui. Io e Rodolfo ci troviamo di nuovo perché aveva sbagliato strada, parliamo e stavolta lo mollo io perché ci ho preso gusto a stare sola ( o per ripicca scegliete voi ). Arrivo a Finisterre stravolta, mi fanno male i piedi e un giorno di sosta non so quanto mi abbia fatto bene. Comunque arrivo e solo io so quanti “dai cazzo” io mi sia detta nella testa. Qui purtroppo non c’è la stessa atmosfera del cammino. Come se, toccato il km 0, tornassimo gli stessi stronzi di sempre. Ma non credo sia così, preservo il mio sorriso, le esperienze e tutto quanto di indescrivibile questo viaggio mi abbia donato. Comunque è finita davvero. Sono arrivata al faro e ho lasciato un calzino rosa, non si può più bruciare, ora è proibito. È fatta. Mi sono ritrovata con Rodolfo, siamo andati a mangiare in un ristorante hippie ritrovo di artisti, lui era con una ragazza coreana. Ho ballato con una ragazza italiana. Siamo andati in spiaggia e abbiamo ascoltato jazz e abbiamo parlato ancora.


Abbiamo raggiunto un’amica di Rodolfo su un’altra spiaggia, è con altri pellegrini, hanno una chitarra, il vino rosso, il sole sta per tramontare e noi siamo insieme, non ci conosciamo, abbiamo vite diverse in angoli opposti di questo bel mondo e non ci importa nulla di tutte le differenze, ora abbiamo i piedi sulla stessa sabbia, il cuore pieno delle stesse emozioni e il cielo ci benedice in questa luce crepuscolare. Sono grata anche oggi, moltissimo. Scrivo camminando, veloce perché devo vivermi tutto tutto tutto!


Alessia Di Laurenza nasce nel 1987 in Brasile, cresce in Svizzera per poi trasferirsi a Torino a 21 anni per intraprendere la carriera universitaria con l’indirizzo di Scienze e tecniche psicologiche.

Appassionata di scrittura da sempre, si diletta nella stesura di racconti brevi, nel 2011 vince un concorso letterario e il suo racconto verrà pubblicato in un’antologia nel 2017.

Nel 2012 un suo monologo viene sceneggiato in un teatro a Milano.

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