Aiuto ai media: la libertà di stampa come cane da guardia della democrazia

di Davide Stefanetti


L'importanza della supervisione dei privati cittadini sulle attività svolte dallo stato, l'indagine di comportamenti poco trasparenti o addirittura criminali da parte dei governi ha creato la definizione per il giornalismo di cane da guardia delle democrazie.

Ma non è tutto, le notizie riportate da ogni parte del mondo, i servizi di approfondimento o i pezzi dedicati alla cultura, arricchiscono le persone, ampliano i loro orizzonti di pensiero, uniscono e mettono in sintonia individui che nemmeno si conoscono. Contribuiscono a formare una coscienza collettiva, che trascende classi sociali, livelli di istruzione, differenze culturali o distanze geografiche. Crea bisogno di cambiamento, porta nelle piazze le persone e mobilita per cause più alte popoli di diversa nazionalità.


Dall'invenzione della stampa, con lo sviluppo di mezzi di comunicazione sempre più nuovi e performanti, il diffondersi di notizie è diventato sempre più veloce e universale.

Tuttavia, ad un aumento della velocità di diffusione e di capillarizzazione, non è corrisposto un eguale aumento dell'affidabilità delle notizie trasmesse.

La democratizzazione dell'informazione resa possibile da internet e dalla rivoluzione digitale, ha fornito a chiunque la possibilità che prima era monopolio dei mezzi di informazione tradizionali: poter raggiungere chiunque in un istante e in qualsiasi parte del globo con ogni genere di informazione.

Ciò che fino a vent'anni fa era stato il compito ed il privilegio esclusivo di stampa, radio e televisione, è ora alla portata di tutti; a qualsiasi ora del giorno o della notte, 365 o 366 giorni all'anno, senza doversi nemmeno più scomodare a torturare un mouse, ma semplicemente digitando su circa 6 pollici di schermo luminoso.

E in questa bulimia di informazioni alla portata, ma anche alla mercé di chiunque, diventa difficile distinguere in un oceano di notizie ciò che è vero da ciò che è falso, la realtà dalla finzione, le innocenti bugie dalle menzogne più marce. Si è dunque venuto a creare uno scollamento tra il diritto sacrosanto, inalienabile e necessario alla libertà di espressione di ogni individuo e il dovere della responsabilità delle proprie parole.


Non che una volta fosse perfetto, ci mancherebbe. Filtrare la realtà attraverso i nostri occhi, rielaborarla e infine restituirla al prossimo è parte del processo cognitivo umano.

Riportare un'informazione o raccontare un avvenimento politico o di cronaca, è un po' come giocare al telefono senza fili in versione per adulti.

Qualcuno vede qualcosa, lo rielabora nella propria mente e ne restituisce una sua versione ad una terza parte che fa sua quella informazione, la rielabora nella propria mente e, nel caso della carta stampata ad esempio, lo riporta ad una terza parte, il consumatore finale della notizia. Che ripetendo il ciclo cognitivo rielabora il dato acquisito facendolo infine proprio.


Si tratta di un processo lineare con diversi fattori di discontinuità nella trasmissione dell'informazione. È come se tra il consumatore finale della notizia e l'informazione iniziale venissero interposte diverse lastre di vetro, una nuova lastra ad ogni elaborazione dell'informazione. Ogni lastra distorce leggermente la realtà, se le lastre aggiunte inoltre non sono perfettamente trasparenti, la realtà diventa sempre più opaca, tanto che alla fine la realtà scompare e all'immagine iniziale possiamo dare la forma che più ci piace o che ci viene fatto credere che abbia.

Uno dei compiti fondamentali dei mezzi di informazione, in qualsiasi forma essi si presentino, è che le lastre di vetro distorcano la realtà il meno possibile e che siano il più trasparenti possibile.

Attività come il fact checking, la verifica delle fonti e una attenta valutazione degli impatti di inesattezze o imprecisioni, sono dei requisiti imprescindibili per un'informazione di qualità volta a raccontare nella maniera più onesta e trasparente la realtà che ci circonda.


I mass media tradizionali si sono trovati decisamente impreparati alla svolta generata da internet e dai nuovi mezzi di comunicazione. Questo ha causato una sensibile diminuzione degli utenti di giornali e carta stampata in generale, radio e televisione. La perdita di utenti paganti in favore dei nuovi media, spesso gratuiti, ha messo in seria difficoltà quegli attori che avevano fatto dell'informazione la loro ragione d'essere. La diminuzione degli introiti pubblicitari, necessari alla vita dei giornali, in favore della pubblicità su internet, ha fatto sì che sempre più testate giornalistiche si siano trovate costrette a chiudere, a tagliare sul personale o sulla qualità ed affidabilità delle informazioni fornite.

Nello stesso tempo il lucrativo mondo virtuale, con il suo numero di utenti estremamente elevato, ha visto crescere i propri profitti decretando di fatto il nuovo modo di consumare informazioni a livello planetario.

A fronte di testate giornalistiche, anche storiche, costrette a chiudere i battenti, le notizie consumate su Facebook, Twitter e altri social hanno visto un'esplosione di consumatori e un incremento ancora maggiore dei profitti derivanti dalla pubblicità.


Lo scopo di una testata giornalistica dovrebbe essere quello di raccontare il mondo, dalle piccole notizie di quartiere ai grandi fatti della Storia, dai personaggi che hanno segnato l'arte e la cultura ai grandi eventi sociali e sportivi. Lo scopo dei nuovi giganti di internet è quello di monopolizzare un settore delle nuove tecnologie, siano esse il commercio online, la connessione tra le persone, il modo in cui viaggiamo.

È una differenza sostanziale e inconciliabile.

I mezzi di informazione tradizionali, in particolare i giornali e la carta stampata, con la loro missione intimamente differente dai nuovi media, non possono giocare un gioco basato sulle regole del neoliberismo. Chi deve fornire informazioni non può reggere il confronto con chi ha come unica missione fare soldi, in un mondo dove non ci sono regole se non fare soldi.

E fare soldi senza alcuna regola che limiti i modi per farli, significa che tutto è lecito, purché si facciano soldi, molti soldi.


In quest'ottica, il pacchetto di misure in favore dei media, proposto dalla Confederazione e messo in votazione il 13 Febbraio, è la proverbiale fionda nelle mani dei media tradizionali contro il Golia rappresentato dai nuovi mass media digitali.

Il progetto, così come concepito, fornisce garanzie inequivocabili: la maggior parte dei fondi sono destinati a giornali e mezzi di informazione locali e di piccole e medie dimensioni. A titolo di esempio, nel 2020 l'ottanta percento dei fondi è stato dato a piccole e medie realtà, perlopiù locali e solo il 20 percento è finito nelle mani di CH Media (7 %), Tamedia (11 %) e Ringier (3 %).

Il finanziamento proposto ammonta ad una cifra di 151 milioni di franchi e non è destinato a durare per sempre, ma solo sette anni. Le leggi in vigore sull'indipendenza dei media continuerebbero ad esistere, garantendo uno dei compiti fondamentali del giornalismo: essere il cane da guardia della democrazia.

Ma un progetto messo in consultazione popolare, in un contesto di democrazia diretta significa che quel progetto non è gradito ad una parte considerevole dell'elettorato e che ci sono elementi per i quali il progetto pare rappresentare più una minaccia che una soluzione.

E proprio grazie a questa opposizione, i manifesti del comitato per il NO hanno iniziato a trovare il loro posto negli spazi destinati solitamente ai cartelloni pubblicitari. E così insieme ai no per la legge contro la pubblicità sul tabacco, si sono uniti i no ad un sostegno federale ai media.


Gli argomenti espressi dal comitato contrario all'iniziativa cercano di stimolare le emozioni delle persone, fornendo informazioni parziali o non corrette atte a suscitare una reazione immediata e non pienamente ponderata.

Ad esempio, consultando il sito internet "no-misure-media.ch", la prima immagine che appare è quella di un grande sacco di juta riportante la scritta "SOLDI PER LE IMPOSTE" contenente banconote da 100 franchi e una mano che vi attinge avidamente. Il tutto coronato dal diktat "No a miliardi di contributi pubblici per i media milionari" con un invito a votare no all'iniziativa del 13 febbraio. Un messaggio sicuramente forte e fortemente ingannevole. Infatti nella sua proposta di aiuti ai media la confederazione ha evidenziato come storicamente i fondi sono sempre stati destinati a chi ne aveva maggiormente bisogno e che anche in futuro i fondi saranno previsti maggiormente per piccole case editrici, piccole realtà locali e la stampa associativa.

Eppure sul sito del comitato per il no viene riportato che il 70 % verrebbe destinato alle grandi case editrici, un dato in netto contrasto con quanto riportato dalla Confederazione.


La Confederazione ha stimato che il pacchetto verrebbe a costare 151 milioni di franchi, provenienti dal canone radiotelevisivo e dal bilancio federale. Eppure il comitato per il no parla di cifre differenti: 178 milioni di franchi, 27 milioni in più, e inoltre aggiunge altre cifre che non fanno parte del pacchetto in discussione. Si citano130 milioni risparmiati grazie ad una aliquota ridotta sull'IVA o di 109 milioni di franchi ricevuti grazie a stazioni radio e TV. Si sommano dunque altri proventi che non c'entrano nulla con il pacchetto proposto, con l'intento di gonfiare le cifre e dimostrare l'inutilità delle misure del Consiglio federale.

Questo è fuorviante rispetto alla misura proposta, evidentemente se i piccoli giornali locali negli ultimi anni hanno chiuso, significa che i 109 milioni dei proventi da radio e TV non posseduti da ogni piccola testata giornalistica e l'aliquota ridotta sull'IVA non sono in grado di garantire la sopravvivenza dei piccoli.

Si riporta che le testate locali sono costrette a tagliare continuamente sul personale e che le sovvenzioni non farebbero altro che accelerare questo fenomeno. Obiettivamente, come è possibile che una piccola testata in difficoltà, ricevendo degli aiuti, aumenti la tendenza a tagliare?

Un altro argomento riporta che le sovvenzioni sarebbero per la maggior parte destinate ai grandi gruppi in quanto sosterrebbero la distribuzione mattutina, le pagine online dei siti o le edizioni domenicali. I giornali che ancora si appoggiano alla distribuzione delle loro copie troverebbero giovamento da un aiuto sui costi di distribuzione e quelle piccole e medie realtà che si stanno impegnando in una transizione digitale, basti pensare al Ticino con il Corriere o la Regione, non gradirebbero un aiuto per potenziare le loro redazioni online e tutta la forza lavoro che sta dietro la gestione di un sito professionale?

Ma sono due gli argomenti che più lasciano perplessi sulle vere intenzioni del comitato per il NO.

Il tamburo della contropropaganda batte forte sull'argomento che il pacchetto favorirebbe solo i grandi gruppi mediatici. A testimonianza di questo pericolo vengono portati come testimonial ad esempio Peter Wanner (editore di CH Media) con una dichiarazione del 2018, Pietro Supino (Tages-Anzeiger) con una recentissima affermazione del 2013 o addirittura tre testimonianze di Ethienne Jornod, Christina Neuhaus e Hansueli Schoechlit, tutti della NZZ.


L'impressione è che l'idea di respingere gli aiuti, più che far risparmiare soldi ai contribuenti, potrebbe favorire la dominanza di mercato dei grandi gruppi e testate che il comitato per il NO si prefigge di ostacolare.

Senza contributi il risultato più probabile è una continua perdita di piccole realtà che favorisce l'accentramento e la cannibalizzazione del settore dell'informazione.


Ma la preoccupazione maggiore risiede, ancora una volta, nell'astuta strategia volta a minacciare la fiducia del popolo verso le istituzioni democratiche, dipingendo il Parlamento o il Consiglio Federale come un covo di tiranni pronti a tirare le fila comandando a bacchetta la stampa grazie a generose sovvenzioni, o con la minaccia di eliminarle.

È altresì vero che nei sistemi di governo autocratici la stampa ufficiale ricopre un ruolo fondamentale nel portare avanti la propaganda, nascondere la verità e manipolare l'opinione pubblica, ma allo stesso tempo, in una democrazia che funziona quale è quella svizzera ,il rischio, pur non potendolo escludere nella maniera più assoluta, è

decisamente remoto.

Considerata invece l'importanza dei fondi privati per poter tenere in vita i mezzi di informazione e la conseguente possibile influenza degli attori economici principali, si può capire come l'attitudine al compromesso, tra pubblico e privato, possa essere una ricetta salutare per il benessere dell'informazione in generale.

Considerazioni economiche a parte, la strategia della paura, sfruttata spesso e volentieri dalle correnti più a destra dello schieramento politico elvetico si basa su una logica alquanto criptica.

Instillare il dubbio che il governo e il parlamento, dove i partiti borghesi rappresentano la maggioranza, possa diventare tirannico non ha senso, sarebbe un autogoal da parte di chi comanda non sfruttare un'occasione per rinsaldare il proprio potere a mezzo di una stampa asservita grazie a un pacchetto di aiuti. Quindi perché denunciare un possibile servilismo dei mezzi di informazione che non farebbe altro che semplificare l'agenda della destra?

È difficile trovare un senso a questa logica, fosse il sistema politico svizzero in mano alla sinistra, allora i partiti borghesi avrebbero forse anche ragione a temere una corruzione della stampa, ma essendo la situazione opposta ad esistere, che senso ha tutto questo?


Forse la stampa tradizionale, con il suo sistema di controlli e la maggiore affidabilità è un nemico naturale della disinformazione dei nuovi mass media digitali, che senza alcun controllo in numerose parti del mondo aiutano regimi autocratici ad avanzare le loro agende mediante disinformazione, paura e divisioni.

Se i mezzi di informazione sono il cane da guardia della democrazia, forse sarebbe meglio sostenerli, una democrazia sana non teme le giuste critiche, impara dai propri errori e cresce inclusiva per donare un futuro, magari non perfetto, ma più luminoso delle ombre che lo hanno preceduto.