Festival POESTATE: intervista a Jacopo Fo. "La passione è infettiva, fa miracoli"

Intervista a cura di Lia Galli


Fotografie di © Gionata Zanetta


Jacopo Fo non ha bisogno di presentazioni. Scrittore, attore, regista, fumettista, attivista, tiene corsi, fa spettacoli, e da 40 anni è impegnato nell'avventura della Libera Università di Alcatraz, in Umbria, luogo in cui nel corso di questi anni si sono incontrate migliaia di persone e sono nati progetti e connessioni tra discipline differenti con lo scopo di dar vita a un discorso collettivo culturale e sociale volto a rendere il nostro sguardo sulla società e sul mondo più aperto, più profondo, più libero.

In occasione della partecipazione all'edizione 2022 del Festival POESTATE, l'abbiamo contattato per fargli qualche domanda.


Abbiamo avuto il piacere di averla a Lugano sul palco di POESTATE, festival che le ha anche attribuito il Premio POESTATE 2022. Il suo legame con la Svizzera appare quindi solido, come dimostra anche il libro “Perché gli svizzeri sono più intelligenti”. Cosa la lega alla Svizzera? Perché dedicare un libro alla Svizzera?


Il titolo del libro doveva inizialmente essere “Perché gli svizzeri sono più intelligenti degli italiani”, ma è stato poi censurato e trasformato in “Perché gli svizzeri sono più intelligenti”. Doveva quindi essere un titolo essenzialmente provocatorio verso gli italiani. Con questo libro volevo sfatare alcuni stereotipi che circolano sugli svizzeri, come il fatto che in 500 anni di pace abbiano inventato solo l’orologio a cucù, mentre la realtà è ben diversa, perché la Svizzera ha visto nascere e ha accolto nel suo territorio numerosi Premi Nobel, moltissimi rispetto al suo numero di abitanti. Si pensi per esempio ad Einstein che ha potuto fare quello che ha fatto perché ha trovato rifugio in Svizzera.

Nel libro ho quindi voluto tracciare una storia poco conosciuta della Svizzera, come luogo in cui sono andate a rifugiarsi persone che rifiutavano il modo di funzionare del resto del mondo e questo fin dall’antichità; secondo alcuni studi addirittura a partire dai sardi, fino a quelli più furbi della rivolta di Spartaco, senza contare quanto avvenuto in epoche più recenti.

In Svizzera c’è un senso civico e un modo di vivere la democrazia straordinario che ha permesso agli svizzeri di salvarsi da secoli di distruzione, di massacri.

Inoltre chi voleva fare uso della forza o intraprendere una carriera militare andava a fare il mercenario all’estero, dunque la Svizzera al suo interno ha potuto mantenere un equilibrio. Anche gli uomini che si trovano oggi in Svizzera mi sembra che abbiano una certa pacatezza e una visione meno machista dell’essere uomo, meno incentrata sull’idea di dover dimostrare la propria forza.

La Svizzera resta poi ancora oggi un luogo multietnico.


Il mio interesse per la storia della Svizzera ha poi portato anche a una mia proposta alla televisione svizzera per la realizzazione di un documentario a cartoni animati che raccontasse agli svizzeri la loro storia, ma purtroppo la proposta non è stata accolta. L’idea del documentario mi è venuta perché per scrivere “Perché gli svizzeri sono più intelligenti” ho passato parecchio tempo in Svizzera, intervistando svariate persone, e mi sono accorto che è come se gli svizzeri avessero una sorta di pudore a parlare dei loro successi, come se pensassero che non sta bene dire ad alta voce quanto la loro nazione ha realizzato nei secoli, e dunque ho pensato che sarebbe stato bello poter far conoscere a tutti ciò che la Svizzera è invece riuscita a compiere.



Durante il suo spettacolo a POESTATE, ha raccontato degli anni Sessanta e Settanta, dei suoi genitori Dario Fo e Franca Rame, della tensione politica e sociale che si respirava in quegli anni ma anche di un forte impegno civile e di una cultura viva, capace di scuotere le coscienze e di agire anche concretamente sul tessuto sociale. Cosa rimane oggi di quest’esperienza, a suo modo di vedere? Come sono cambiate le cose?


Negli anni Settanta si è fatto un grandissimo errore di stupidità, quello di poter pensare di prendere il potere e di fare la rivoluzione comunista. Ripensandoci ora sembra una cosa completamente idiota, anche perché ha causato grandissimi problemi e tantissimo dolore.

Se si pensa invece a quelli che sono stati i cambiamenti che l’impegno di quegli anni ha portato nella società, questi sono stati enormi, perché la società è totalmente cambiata rispetto agli anni Sessanta. Se si pensa al mondo degli anni ’60, al conformismo, al modo di vestire, ai capelli, alle gonne, alla paura del sesso, da quegli anni sono cambiati tantissime cose. All’epoca non c’erano i diritti delle donne, degli omosessuali. Non esisteva nulla rispetto alla difesa delle donne, dei disabili, delle minoranze. C’era inoltre una cultura dell’educazione dei bambini differente, ma anche la stessa scienza è cambiata. Se pensiamo, ad esempio, all’archeologia, è a partire dagli anni Sessanta che si inizia a interessarsi non solo ai grandi palazzi, alle grandi opere, ma anche a come viveva la gente. Si è scoperto che esistevano società matriarcali, non nel senso che in esse comandavano le donne, ma nel senso che in queste società c’era un’effettiva parità tra uomo e donna.

Nell’ambito della biologia si può pensare agli studi di Lynn Margulis che si rende conto che la cellula non è un organismo unitario, ma sono due protobatteri con il loro dna che si uniscono. Anche nella medicina ci sono stati cambiamenti enormi, è nata l’idea che non esiste una separazione tra la mente, lo spirito, e la fisiologia del corpo; tutte le malattie colpiscono la psiche e il corpo contemporaneamente. C’è stata poi una riscoperta della Storia, per esempio degli Indiani d’America, che negli anni Sessanta erano unicamente visti come dei selvaggi, oppure c’è oggi un’attenzione diversa per l’ambiente, una maggiore tutela verso gli animali.

I cambiamenti sono talmente tanti che si potrebbe andare avanti così per quasi tutti gli aspetti della vita umana; c’è stato un totale cambiamento di paradigma. Se una persona degli anni 60 fosse catapultata oggi qui direttamente dal ’65 rimarrebbe sconvolta.

Il computer ha poi anch’esso portato trasformazioni enormi nel mondo. È dopo la rivoluzione degli anni Sessanta che dei ragazzi nei garage iniziano a sperimentare in questo ambito e a costruire cose incredibili usando i meccanismi delle lavatrici.



Lei sembra avere una visione ottimista del mondo. A suo modo di vedere è quindi migliorato rispetto al passato?


È una grande battaglia, perché i media spesso vendono pessimismo e chi prova a dire che non è vero sembra un ingenuo, ma non è così. Milioni di persone hanno cambiato il mondo e tra l’altro è stato un fenomeno incredibile, perché sono avvenute contemporaneamente rivoluzioni in molti Paesi diversi tra loro. Come è stato possibile che i cinesi, gli americani, i sudafricani si siano sollevati tutti nello stesso momento? Come è stato possibile che i tibetani, sulle montagne, isolati dal resto del mondo, abbiano deciso di rendere accessibili tutti i libri sacri ai non sacerdoti? In tutto il mondo c’è stato un clack, uno scatto improvviso di coscienza, quindi si è fatto un enorme passo in avanti nella Storia. Poi sono stati anche commessi degli errori, ma bisogna anche ricordarsi com’era l’Italia negli anni Cinquanta e Sessanta. C’erano le baraccopoli, quelle che si vedono anche nei film del neorealismo italiano e che sono state per esempio raccontate da Vittorio De Sica nel film “Miracolo a Milano”, in cui nelle baraccopoli vivevano venti, trentamila persone.



Oggi questa mobilitazione generale che si respirava negli anni Sessanta e Settanta sembra essere venuta meno. Se si pensa, per esempio, al movimento ambientalista – che è uno dei più presenti nelle piazze – non è comunque così partecipato come invece succedeva alle manifestazioni dell’epoca in cui si lottava per i diritti sociali e civili. Secondo lei come mai nei decenni successivi agli anni Sessanta e agli anni Settanta e ai giorni nostri non si vedono più movimenti così compatti a livello globale?


I movimenti per l’ambiente sono meno appariscenti, però – e ne ho parlato anche in un mio spettacolo - a volte ci sfugge il fatto che mai nella storia del mondo si è vista una quantità tale di ricercatori, scienziati, tecnici impegnati a ricercare delle soluzioni per l’ambiente come ne vediamo oggi. In realtà sono decenni che questi studi e queste ricerche vengono portate avanti. Io il primo impianto fotovoltaico l’ho fatto nel 1982, 40 anni fa. All’epoca non funzionava, i pannelli fotovoltaici non erano efficaci. Oggi invece abbiamo un incremento e un notevole miglioramento in questo settore, un crollo dei prezzi, e questo è frutto del lavoro e dello sforzo di migliaia di persone che spesso lavorano nell’ombra o quasi. È meno appariscente, non è più nelle strade, nei cortei, negli scontri con la polizia, ma non si può dire che non ci sia un enorme sforzo in questo senso. Anche Greta Thunberg viene sottovalutata da tutti, ma quello per l’ambiente è un movimento che non si ferma e non si fermerà.



Come dice lei giustamente forse è un movimento poco ascoltato, anche perché effettivamente le soluzioni per ridurre il nostro impatto sull’ambiente oggi ci sono, la tecnologia è pronta. Rimane forse una resistenza da parte dei governi nel passare a un sistema energetico alternativo e rinnovabile.


C’è resistenza anche nel settore degli imprenditori. Io sono vent’anni che faccio il venditore porta a porta di nuove tecnologie. Ho incontrato imprenditori che hanno aziende floride, di cui sono proprietari assoluti, quindi non hanno neanche bisogno di convincere il CdA, a cui - assieme a ingegneri come Maurizio Fauri che, oltre a essere docente universitario, in Italia è responsabile del settore ingegneristico e componente della Commissione Tecnica PNIEC–PNRR, che si occupa della transizione ecologica - ho proposto dei piani energetici che gli avrebbero fatto risparmiare anche mezzo milione di euro, ma dopo un interesse iniziale hanno lasciato perdere. C’è un immobilismo mentale molto grosso. Il ritardo italiano deriva da questo. In Italia mancano le strutture finanziarie e una coscienza civile rispetto all’ecologia e all’ambiente, soprattutto se compariamo la situazione italiana con quella di altre nazioni.


Assieme a Maurizio Fauri nel 2005 abbiamo anche fatto la prima trasformazione energetica di un Comune italiano, Padova, tagliando i costi dell’energia stradale, del riscaldamento. Il modello di Padova è poi stato imitato da altri Comuni italiani, ma dopo anni. Roma, Bologna, Milano hanno adottato lo stesso modello ma dopo otto anni.




Uno dei suoi progetti a lungo termine è la Libera Università di Alcatraz, in Umbria. In cosa consiste questo progetto? Come nasce? Quali sono le sue finalità?


La Libera Università di Alcatraz ha compiuto in questi giorni 40 anni di vita.

L’idea è nata nel 1981, ed ha poi aperto nell’ ‘82. È nata dalla presa d’atto che la rivoluzione non ci sarebbe stata e che bisognava iniziare un lavoro di lungo periodo sulla cultura. Per 40 anni Alcatraz è quindi stato un luogo in cui era possibile fare delle vacanze diverse, ma anche dove erano accolti disabili, persone con problemi psichici e problematiche di vario tipo, e in cui c’erano poi artisti che si incontravano, producevano spettacoli, libri, musica. In 40 anni vi è passato il mondo. I nomi vanno da quelli dei miei genitori – Dario Fo e Franca Rame - a Paolo Rossi, Lella Costa, Stefano Benni, Dacia Maraini, Andrea Pazienza, Agnese – grande fumettista che ha vissuto ad Alcatraz 15 anni – e tanti, tantissimi altri. Ci sono passati ingegneri che si occupavano di eco-tecnologie, artigiani, maestri di yoga, maestri di arti marziali, studiosi di psicologia. Abbiamo fatto di tutto. Ci sono stati tantissimi corsi diversi. È stato un grande lavoro per mettere assieme una nuova cultura.


Il progetto di Alcatraz è cresciuto in contemporanea al mio lavoro di creazione di una nuova Enciclopedia universale, come quella di Diderot ma più sexy. Il progetto iniziale dell’Enciclopedia era di 22 volumi, e alla fine ne ho pubblicati 28, più altri che potrebbero essere inseriti in questa collana. Sono riuscito a mettere assieme scoperte della moderna fisiologia del cervello a conoscenze antichissime di kendō e di tiro con l’arco, di comicoterapia, di lavoro negli ospedali. Ho trovato legami e connessioni tra discipline apparentemente lontane ma che hanno invece dei punti comuni.


Nel 1997 c’è stato il primo di due grandi seminari dedicati al tema della comicoterapia con 300 clown come allievi a cui ha partecipato anche la Fondazione Teodora, fondazione svizzera; all’evento hanno partecipato Patch Adams, Martin Sheen, Miloud Oukili. Per un caso incredibile, segno che la vita è pazzesca, c’è poi stata la telefonata di una vicina di casa che mi ha informato che in Italia in quel momento c’era Madan Kataria, che ha inventato lo yoga della risata, con cui ho preso contatto ed è poi venuto anche lui a insegnare al seminario.

È stato un evento pazzesco. È da lì che ha preso maggiormente piede il movimento dei clown e della comicoterapia negli ospedali italiani, perché durante quel seminario siamo riusciti a formare 300 persone.


In generale Alcatraz è stato un luogo di incontro tra punti di vista e discipline diversi, che ha visto la nascita di imprese, iniziative in tutti i campi, ma anche di amicizie, di amori. Oggi Alcatraz è ancora tutto questo, ma abbiamo aumentato la sua vocazione come luogo di rifugio, infatti abbiamo ospitato per tre mesi e mezzo 26 profughe ucraine con i loro bambini. Adesso stiamo iniziando un progetto - sempre con la Fondazione il Fatto Quotidiano - per i ragazzi che vengono ospitati dalle case famiglia e che, a 18 o 21 anni, devono gestirsi da soli ma non sempre ce la fanno, per cui a volte finiscono a dormire nei ricoveri della Caritas. In parallelo continuiamo a fare ospitalità semplice, per i viaggiatori che vogliono visitare l’Umbria e il bosco enorme in cui ci troviamo, che abbiamo salvato dall’abbattimento, e poi ci sono attività culturali e corsi.

Siamo presenti anche su internet, e offriamo anche dei videocorsi; il web permette di intraprendere collaborazioni nuove, come quella con la psicoterapeuta Ilaria Fontana, con cui tra l’8 e il 10 luglio sono stato a Roma per un corso che mette insieme tecniche del teatro, di psicologia, giochi, arti marziali, comicoterapia.


Io faccio poi anche corsi all’interno delle aziende, e quello aziendale è un settore importante, perché puoi proporre sistemi che migliorano la produttività delle aziende e la comunicazione all’interno di esse, ma gettano contemporaneamente anche dei semi di cambiamento, perché per capire come comunicare meglio occorre sintonizzarsi anche sulle proprie emozioni, e questo comporta un movimento interiore, una ricerca su di sé.



La sua attività è molto variegata. È scrittore, attore, regista, fumettista, tiene corsi, fa spettacoli, è un attivista. Come coniuga queste diverse forme espressive? Le sente tutte sue nello stesso modo oppure ce n’è una che percepisce più sua, come se fosse un canale privilegiato?


No, non credo che ci sia un canale privilegiato per quanto mi riguarda, perché ogni forma espressiva e ogni attività è la continuazione della rivoluzione con altri mezzi, tutto è finalizzato per raggiungere dei piccoli cambiamenti nella società, dunque per me non c’è una forma espressiva più funzionale delle altre a questo scopo. Negli anni ho ricevuti molti rifiuti e attraversato molti fallimenti, ma sono riuscito anche a raggiungere molti obiettivi. È bello pensare che un piccolo gruppo di cinque o sei persone sia riuscito negli anni a portare in quasi tutta Italia i riduttori di flusso dell’acqua dei rubinetti gratuiti oppure sia riuscito a portare i clown negli ospedali oppure ancora a mettere insieme dei saperi e delle discipline diverse, o ancora a creare ad Alcatraz un ristorante biologico quando il cibo biologico non era ancora così diffuso e non se ne parlava, quando le persone non lo conoscevano. Già nell’ ’85 abbiamo inoltre fatto uscire la prima inchiesta su L’Espresso denunciando chi spacciava cibo non biologico per biologico.

Abbiamo lavorato insieme per creare dei modelli che oggi sono presi come riferimento, abbiamo intercettato persone provenienti da differenti campi, le abbiamo fatte incontrare, abbiamo favorito un lavoro comune; abbiamo fatto seminari rivolti ai ricercatori, che mostravano cosa facevano, come lo facevano, facendogli incontrare nel concreto altri ricercatori con cui poi hanno iniziato a lavorare assieme, integrando discipline diverse, facendo nascere progetti. Ad Alcatraz siamo riusciti a integrare la psicoterapia con la ceramica, con la respirazione, con l’alimentazione, a far coesistere mondi solo apparentemente lontani.



Nello spettacolo a POESTATE ha raccontato anche degli aneddoti intimi, privati, legati ai suoi genitori Dario Fo e Franca Rame. Non deve essere stato facile essere figlio di artisti che hanno avuto un tale rilievo e una tale importanza a livello culturale, ma anche sociale, in Italia e non solo. Quali sono state le cose più importanti che le hanno trasmesso i suoi genitori?


La cosa più importante che mi hanno trasmesso è la passione. Sono stato cresciuto in modo libero; i miei genitori non mi punivano, ma cercavano di spiegarmi perché una certa cosa non si poteva fare, e di fatto tendenzialmente non si potevano fare solo le cose pericolose o stupide, ma l’insegnamento più grande è stato relativo al trasferimento della passione. Oggi si sente spesso dire che servono la disciplina e il sacrificio, ma ciò che conta davvero è invece il trasferimento della passione. Io ho visto i miei genitori recitare in condizioni fisiche mostruose, difficili, ad esempio nel giorno della morte delle loro madri, ma questo è stato possibile perché amavano il pubblico, il teatro; mio padre diceva che se le persone hanno pagato il biglietto, hanno messo il cappotto e sono uscite di casa per venire a vederti a teatro, devi recitare. Se sei vivo, devi recitare. Questo è un sacrificio? No, non è un sacrificio, perché è quello che vuoi fare, è la tua passione. Tante persone non riescono a capire che la passione e il desiderio sono molto più forti della disciplina e del sacrificio. Il problema di oggi è che la scuola, la cultura, i programmi educativi non insegnano la passione. Ad Alcatraz, una delle cose più importanti che abbiamo fatto e che abbiamo cercato di fare è quella di mettere le persone in contatto con altre persone che avevano una grande passione. Ci sono infatti, purtroppo, persone che durante la loro vita non hanno mai potuto avere a che fare con qualcuno animato da una grande passione, non hanno mai potuto averci un vero scambio. E questo è un peccato, perché la passione è infettiva, fa miracoli, è un grandissimo motore della vita. Continuo a ripetere che, a qualcuno che non sta bene, oltre alle ricette mediche, i medici dovrebbe prescrivere anche il fatto di fare arte, qualcosa che possa generare passione, poiché solo così ci sarà un miglioramento profondo della salute, della qualità della vita e si troverà un modo per stare meglio su questo mondo.