#2 Intervista a Paolo Agrati. Una riflessione critica sul fenomeno del poetry slam

di Lia Galli


Il poetry slam a Zelig si è articolato in quattro serate che sono andate in onda su Zelig Tv a partire dall'8 giugno 2019. I suoi promotori sono stati Paolo Agrati, che è stato anche l’MC della serata, Ciccio Rigoli che si è cimentato nel ruolo di dj e Davide Passoni, a cui per l’occasione è toccato il compito di notaio.


I poeti in gara – ben diciotto sull'arco delle tre serate – sono stati i seguenti:


  • Prima serata

Alessandra Racca, Alessandro Burbank, Simone Savogin , Filippo Balestra, Francesca Pels, Arsenio Bravuomo

  • Seconda serata

Giacomo Sandron, Gianmarco Tricarico, Alfonso Maria Petrosino, Nicolas Cunial, Lorenzo Bartolini, Eugenia Galli

  • Terza serata

Francesca Gironi, Luigi Socci, Matteo Di Genova , Marko Miladinovic, Andrea Fabiani, Sergio Garau


Prima di addentrarci nell'analisi dei testi e delle relative performance portati al poetry slam di Zelig, è però importante capire meglio come sia nato il progetto e quali idee e obiettivi abbiano dato vita a questa operazione culturale.


Per approfondire questi aspetti abbiamo parlato con Paolo Agrati, uno dei tre promotori dell’evento, che ci ha svelato dei retroscena interessanti.


Com'è nata l’idea di portare lo slam a Zelig?


Sono anni che prima con Davide Passoni e poi con Ciccio Rigoli, lavoriamo nei locali milanesi promuovendo lo slam e affinando la parte relativa allo spettacolo, al “contenitore” diciamo così, con diverse soluzioni creative. Abbiamo introdotto la figura del dj e dato risalto alla figura del notaio, abbiamo introdotto delle piccole biografie ironiche di presentazione degli slammer, abbiamo lavorato sugli spazi “liberi” dello spettacolo e sulla struttura affinando lo slam a 6 e il modello due turni e tre finalisti che ha ottimizzato la durata dello spettacolo e portato al minimo la competizione. Poi un giorno mentre facevamo uno slam in un locale milanese è venuto il direttore di Zelig a vederci, ci ha proposto un paio di serate in teatro e prima della seconda serata ci ha convocato per scrivere il programma televisivo.



Quali sono stati i criteri con cui avete scelto i poeti?


La scelta dei poeti è stata molto complessa. Zelig ci ha chiesto innanzitutto di coinvolgere i poeti che avevano partecipato alle serate in teatro e questo non è stato un problema perché avevamo fatto una selezione che aveva portato degli slammer che a nostro giudizio potevano dare forza all'inizio della collaborazione. Ricordo che ho un po’ terrorizzato i poeti perché ho suggerito di fare testi lontani dalla comicità con l’obiettivo di superare il connubio che vede Zelig strettamente legato alla risata. La verità è che loro non volevano assolutamente dei comici, hanno visto le potenzialità dello slam e ci hanno scommesso.

La selezione è stata fatta pensando appunto all'ingresso nel mondo della televisione e alla connessione pericolosa per la poesia, con l’idea dietro al marchio Zelig. Abbiamo selezionato poeti con almeno una pubblicazione alle spalle, (poi per completezza, ha vinto l’unica poetessa che una pubblicazione non ce l’ha) abbiamo pescato tra i generi, l’età, la provenienza, cercando di accostare in ogni puntata linguaggi che non entravano in competizione. Abbiamo diviso i poeti più ironici per ogni puntata, così come quelli con un linguaggio che attinge da costruzioni strutturali simili e ancora i poeti che lavorano principalmente sul corpo e lo spazio. Facendo in modo di presentare per ogni puntata una varietà di linguaggi che per loro natura non potevano di fatto competere se non nel meccanismo del gioco.


Ovviamente i posti erano limitati e abbiamo dovuto fare delle scelte anche difficili perché ormai in Italia, con gli slammer di talento di puntate se ne potevano fare venti e non quattro.



Quale ritratto avete voluto dare della comunità che ruota attorno al poetry slam?


La scelta sottostava alla mia convinzione che se avessimo presentato una selezione solida, di poeti ampiamente riconosciuti, avremmo favorito la scena che ne avrebbe giovato anche in maniera indiretta. Abbiamo pescato dai collettivi più solidi e longevi cercando di coprire maggiormente la rappresentanza del territorio, pensando di presentare sia la provenienza geografica e la molteplicità di linguaggi, sia di fornire un quadro, seppure non esaustivo, della preparazione che oggi esiste nel mondo dello Slam. Non vorrei ripetermi ma questa solidità serviva soprattutto perché essere ospitati in un canale con le caratteristiche di Zelig avrebbe facilmente fatto dire a quelli che non amano lo Slam che si tratta di comicità spiccia o di linguaggi non all'altezza della poesia. Mentre tra le fila degli slammer c’erano direttori di Festival letterari, linguisti, attori, vincitori di premi letterari per cosi dire, classici. Questo non ha impedito delle critiche a mio giudizio scontate e banali, ma il programma è registrato e seppur non perfetto, la sua struttura e le idee sono sotto gli occhi di tutti e ognuno può riguardare nel tempo, la sostanza del lavoro. Dopotutto non esistono avanguardie ma soltanto parecchia gente in ritardo.



Ci sono stati dei cambiamenti o degli adattamenti che avete dovuto apportare al format per adattarlo al contesto di Zelig?


La difficoltà maggiore è stata adattarsi ai tempi televisivi che sono diversi da uno spettacolo dal vivo. La direzione di Zelig non solo ha avuto fiducia nello slam ma ha accettato tutte le regole che lo caratterizzano senza snaturarlo. Un atto di fine intelligenza quello di capire che se una cosa funziona non ha bisogno di essere violentata. Abbiamo lavorato dunque anche qui sul contenitore. Abbiamo diviso i momenti di recitazione, nei quali abbiamo creato le condizioni ideali per concentrare l’attenzione sulla poesia e la performance, da quelli di spettacolo, nei quali il pubblico si rilassa e si prepara a concentrarsi su un altro testo. Tutto lo spettacolo è stato costruito per favorire e sottolineare i momenti di poesia. I momenti di puro intrattenimento sono nettamente divisi sia come clima che come atteggiamento, dal momento della performance e della lettura, per creare un contrasto che allontana e favorisce entrambi gli aspetti dello spettacolo.


In più mi sono tolto qualche sassolino dalle scarpe con la volontà di affrontare alcuni aspetti della poesia contemporanea con una buona dose di ironia. Gli interventi di Ciccio Rigoli che si poneva come critico assurdo, elevando improbabili canzoni della musica pop a testi poetici e proponendo delle iperbole critiche a sostenere le sue tesi bislacche. La figura del notaio, che essendo al livello minimo dell’affidabilità ribadiva che lo slam è solo un gioco. L’introduzione del momento delle poesie brutte, il lavoro del mio ultimo libro che scandaglia l'instapoet, il poeta di instagram e la sua banalità, ponendo l’accento sul modo nel quale la poesia affronta e potrebbe affrontare un mezzo moderno e di grande potenzialità come il social. E non ultimo l’idea di terminare ogni puntata con la poesia di un poeta vivente e affermato (i poeti sono vivi!) ( Franco Loi, Vivian Lamarque, Nanni Balestrini, Aldo Nove) generalmente poco affine al mondo dello slam, che ha chiuso ogni spettacolo con un messaggio legato alla poesia e all'operazione culturale, (perché anche se qualcuno non è convinto, di questo si tratta) che abbiamo cercato di proporre.



Com'è stato il riscontro del pubblico?


Il pubblico ama lo Slam. Almeno per ora.



Ogni slam ha un’atmosfera differente, perché cambiano il pubblico, i performer e il luogo in cui si svolge lo slam. Quale atmosfera si è respirata a Zelig?


Il pubblico era caldo e accogliente. Negli slam non è solo il poeta che ci dice qualcosa di sé ma anche il pubblico. Considerando sempre che lo slam è un gioco, quando vince uno slammer mediocre il pubblico ci sta dicendo che preferisce la mediocrità o che esso stesso è mediocre, lo slam è un fenomeno sociale. Questo non poteva accadere a Zelig, perché sul palco, che di solito in uno slam è aperto a chiunque, non c’era nessuno che passava di lì per caso. C’è da dire che ha vinto, come il più delle volte accade, il poeta che non fa ridere. Questo perché è vero che il pubblico vuole sì divertirsi, ma è anche vero che per qualche strano motivo si sente in colpa a definire un testo ironico come poetico e quindi a premiarlo e che preferisce di gran lunga che qualcuno lo emozioni.

Ma poi chi ha vinto?


Francesca Pels, donna, giovane e brava. Con un libro ancora da pubblicare.


Oltre alla scrittura e alle performance dal vivo Paolo Agrati si dedica al canto nella Spleen Orchestra, band che ha fondato nel 2009. Numerose le sue partecipazioni a manifestazioni internazionali tra le quali il XXIV Festival della Poesia di Medéllin, in Colombia,  il XXXIII Festival di Poesia di Barcellona, la World Slam Cup di Parigi , il IV Portugal SLAM  e il festival di Poesia de Los Confines in Honduras. Nel 2018 è tra i fondatori di SLAM Factory, agenzia dedicata all’editoria e allo spettacolo che si propone sviluppare e diffondere la poesia e le discipline letterarie legate all’oralità.  Nel 2019 scrive e conduce “Poetry Slam!” il primo torneo televisivo italiano di Poetry Slam. Ha pubblicato le raccolte di poesia: "Poesie Brutte" (Edicola Ediciones 2019), "Partiture per un addio" (Edicola Ediciones 2017), "Amore & Psycho" (Miraggi Edizioni 2014), "Nessuno ripara la rotta" (La Vita Felice 2012), "Quando l’estate crepa" (Lietocolle 2010) e il libriccino piccola odissea (Pulcinoelefante 2012).


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